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C’è un paradosso nella partita che si gioca intorno a Rocca Salimbeni. Il voto che dovrebbe consolidare il disegno di Luigi Lovaglio rischia di diventare la chiave con cui Intesa Sanpaolo apre la porta di casa. A diciassette giorni dall’assemblea del 29 ottobre, il cda straordinario convocato oggi a Siena si trova davanti a questo nodo.
All’ordine del giorno ci sono le offerte su Banco Bpm e Banca Generali e la fusione con Mediobanca. Insieme disegnano una Mps più grande e diversa dalla preda che Intesa ha messo nel mirino. Per questo Ca’ de Sass ha posto, fra le condizioni della propria Opas, che la fusione con Mediobanca non si faccia. Intesa vuole comprare Mps così com’è. Una banca fusa con Piazzetta Cuccia sarebbe più costosa, più complessa da integrare e più esposta all’antitrust. Le operazioni di Lovaglio hanno una logica industriale, ma oggi funzionano anche da barriera contro la scalata.
Le regole sulle offerte pubbliche impongono che queste misure, adottate a Opas in corso, passino dal voto dei soci. La difesa della banca finisce così nelle mani degli azionisti e di chi ne orienta il voto. ISS ha raccomandato agli azionisti di Mediobanca di votare sì alla fusione. Sul fronte senese, invece, ISS e Glass Lewis dovrebbero indicare il no, a meno che l’ordine del giorno non cambi. La fusione conviene a chi sta dall’altra parte; per chi ha azioni Mps, l’offerta di Intesa è un’uscita più immediata. Se i fondi seguiranno l’indicazione, sarà il voto di Siena a soddisfare la condizione di Intesa.
Lovaglio ha superato passaggi che sembravano chiusi: la conquista di Mediobanca, il ritorno dopo il licenziamento, la rimonta di aprile. Ora però il quadro è più stretto. Delfin e Caltagirone hanno aderito all’Opas, il consiglio resta diviso e il Mef, con il suo 4,8 per cento, non voterà. Le indiscrezioni parlano di un maxi dividendo, di un rafforzamento su Generali, di un rinvio dell’assemblea con un ordine del giorno riscritto. Cercano tutte di evitare che il no dei proxy advisor si traduca automaticamente in un sì a Intesa.
Pesa anche il calendario. L’Opas procede con tempi più corti di quelli che servirebbero a Mps per completare le proprie operazioni. Comune, Provincia e Regione lo hanno capito e hanno chiesto alla Commissione europea di approfondire ogni aspetto dell’offerta.
Il punto vero va oltre la tattica. Il destino del Monte dipende ormai da una scelta di mercato quasi pura. Il no alla fusione diventa così una dichiarazione su quale banca gli azionisti vogliono possedere: una Mps autonoma e più rischiosa, oppure una Mps assorbita dal primo gruppo del Paese, con un prezzo certo e un futuro deciso altrove. Per Siena non è una differenza contabile. Nel primo caso resta un centro di decisione; nel secondo, una rete di sportelli e un marchio. Il cda di oggi deve decidere se c’è ancora lo spazio per rendere visibile questa differenza prima che il voto la cancelli.





