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Il Festival di Sanremo 2026 si è concluso lasciando addosso la sensazione di aver guardato un film già visto: nessuna sorpresa vera, qualche buona scena isolata, la persistente impressione di tempo sprecato. La parola che torna nelle cronache è noia, ma si tratta di una noia strutturale, non accidentale. Rivela un format che ha smesso di interrogarsi su se stesso e continua per inerzia, affidandosi alla rendita di posizione che un evento di quella portata garantisce comunque, indipendentemente dalla qualità di ciò che offre.
Carlo Conti ha gestito la sua quinta e ultima edizione come chi vuole liberarsi in fretta di un impegno diventato sgradito. La scaletta compressa, l’investitura anticipata di Stefano De Martino come successore, la fretta nel congedo domenicale: tutto ha comunicato non la soddisfazione di chi chiude un ciclo con orgoglio, ma l’insofferenza di chi conta i minuti prima della fine. Lui che televisivamente ama l’accumulo e la ridondanza, questa volta ha giocato in sottrazione, e il risultato è stato un vuoto che i co-conduttori, belli ma statici, non hanno saputo colmare.
Sul piano artistico, la vittoria di Sal Da Vinci ha sancito la prevalenza del rassicurante sul sorprendente. Le giurie di radio e sala stampa hanno deciso con uno scarto di soli 0,3 punti percentuali, premiando una figura consolidata a scapito dell’originalità. Il televoto ha raccontato un’altra storia: Sayf, il ventiseienne genovese Adam Viacava, figlio di madre tunisina e cresciuto tra difficoltà economiche e lavori saltuari, ha ottenuto il 26,4% delle preferenze del pubblico contro il 23,6% del vincitore. Era un esordiente pressoché sconosciuto fino a martedì sera; è uscito come la rivelazione più autentica del Festival. La sua «Tu mi piaci tanto» è stata uno dei rari brani dotati di contenuto sociale riconoscibile, capace di fotografare con ironia i vizi dell’Italia contemporanea. Che non abbia vinto conta meno del fatto che abbia entusiasmato: il pubblico cercava una voce nuova e l’ha trovata, anche se le giurie hanno scelto diversamente.
Un filo narrativo ha percorso il Festival con insistenza: la celebrazione del legame familiare. Madri portate sul palco a sorpresa, padri commossi, figli che cantano con i genitori. È una retorica del materno che funziona perché tocca codici emotivi stabili. Ma è anche un sintomo: quando un formato non riesce a costruire nuove forme di coinvolgimento, torna ai codici più antichi e affidabili, scambiando l’emozione facile per profondità autentica.
È però sul terreno simbolico che il Festival ha prodotto le sue contraddizioni più brucianti. Nella serata finale è salito sul palco Gino Cecchettin, chiamato Giulio da Conti in un lapsus che suona come metafora involontaria. Ha detto le cose che ripete con coerenza e misura da quando ha scelto di trasformare il dolore privato in impegno civile: che la violenza sulle donne si alimenta di comportamenti quotidiani normalizzati dall’abitudine, di parole che non riconosciamo come dannose proprio perché le abbiamo sempre sentite. Ha chiesto attenzione al linguaggio. Dieci minuti prima, dallo stesso palco, Conti aveva invitato la moglie a non comprare i jeans stretti di una ballerina: pura gelosia, aveva aggiunto sorridendo. Nessuno sul palco ha colto la dissonanza. La co-conduttrice ha lasciato scorrere. Non è semplice distrazione: è la dimostrazione pratica e involontaria di esattamente ciò che Cecchettin stava descrivendo. Una televisione che produce certi contenuti non riesce ad ascoltarsi mentre li produce.
I numeri chiudono il quadro: la finale è stata seguita da due milioni e mezzo di spettatori in meno rispetto all’anno precedente. L’erosione non è un incidente tecnico, è la misura concreta di quanto lo spettacolo abbia faticato a tenere. Sanremo 2026 rimarrà come l’edizione di Sayf e della sua mancata vittoria, dell’episodio Cecchettin e della sua pedagogia negativa involontaria, di un conduttore che sembrava già altrove. Tre immagini che descrivono un’istituzione televisiva a un bivio: continuare per inerzia, o interrogarsi davvero su cosa voglia essere.
[Testo di “TU MI PIACI TANTO”]
[Strofa 1]
Tu, figlio di un muratore
L’Emilia che si allaga e la Liguria pure
E intanto che si ride e che si fa l’amore
Le tue tasse vanno spese in un hotel a ore
Io, amando a modo mio
Ho sbagliato tante cose e tante mode non le seguo
Io, amando a modo mio
Avrei voluto darti meno cuore, amore mio (Amore mio)
Allora corri contro il tempo, che il denaro non ti aspetta
E cosa vuoi che sia la fretta su una macchina che scheggia?
E non mi vedrai alla finestra a farti una serenata
Perché il mondo non si ferma, ma non ho fiato più, rallеnta
[Pre-Ritornello]
Quando si spegne la luce tu con chi rimani?
Ti sеnti a posto col tuo vino rosso
E il nome su un bossolo?
[Ritornello]
Tu mi piaci, tu mi piaci
Tu mi piaci tanto
Tu mi piaci, tu mi piaci
Tu mi piaci tanto
Figli di nostra madre, vogliamo solo amare
E in questa avidità e in questo dimostrare
Tu mi piaci tanto
[Strofa 2]
L’Italia è tristemente nota per qualche fatto, ma minimizziamo
Amore, amore mio, che paura di venir capito
Non temere, amore mio, farò meglio per nostro figlio
Schiaccerò quelli degli altri, così giocherà da solo
[Pre-Ritornello]
Quando si spegne la luce tu con chi rimani?
Ti senti a posto col tuo vino rosso
E il nome su un bossolo?
[Ritornello]
Tu mi piaci, tu mi piaci
Tu mi piaci tanto
Tu mi piaci, tu mi piaci
Tu mi piaci tanto
Figli di nostra madre, vogliamo solo amare
E in questa avidità e in questo dimostrare
Tu mi piaci tanto
[Bridge]
Ho fatto una canzonetta, un fiore su una camionetta
E le botte delle piazze le dimentichiamo
Ho fatto una canzonetta, spero che non vi spaventi
Che possiamo ripartire tutti a mano a mano
[Ritornello]
Tu mi piaci, tu mi piaci
Tu mi piaci tanto
Tu mi piaci, tu mi piaci
Tu mi piaci tanto
Figli di nostra madre, vogliamo solo amare
E in questa avidità e in questo dimostrare
Tu mi piaci tanto





