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1 Novembre 2026
Solo i giovani sanno uscire dal labirinto
1 Novembre 2026Siegmund Ginzberg sul Foglio: dalle Guardie rosse al Sessantotto, la noia come motore delle ribellioni giovanili
Fonte: Il Foglio, edizione del 31 ottobre 2026, articolo di Siegmund Ginzberg, «La dittatura della giovinezza».
Ginzberg parte dalla Rivoluzione culturale cinese, che considera il più violento scontro tra generazioni del Novecento e forse della storia. Bande di giovani, tutte devote a Mao e tutte convinte di essere rivoluzionarie, si massacrarono tra loro con cinghie, spranghe e perfino armi da guerra, accusandosi a vicenda di essere reazionarie. Erano manovrate dalle fazioni al vertice del partito, e per l’autore l’unica spiegazione plausibile di quel caos autoinflitto è la lotta per il potere dentro la dinastia comunista. Le Guardie rosse erano la prima generazione cinese a non conoscere né guerra né carestia: una generazione annoiata, che seguì il pifferaio fino al baratro.
Annoiata, ammette Ginzberg, era anche la sua generazione, quella del Sessantotto. Lo testimonia il cinema italiano degli anni Sessanta, da Fellini ad Antonioni ai film tratti da Moravia. Ricorda con ironia gli slogan maoisti del Movimento studentesco della Statale di Milano, dove studiava simpatizzando però per i «revisionisti» del Pci. Il segno costante della contestazione giovanile, scrive, è una certa stupidità collettiva. Il conflitto tra padri e figli è del resto antico quanto i miti: Edipo, la Tebe dei fratelli nemici, l’Atene di Alcibiade, la Roma dei padri padroni, il comandamento biblico.
Venendo all’oggi, l’autore osserva che i giovani si sono rimessi in movimento ovunque, dalla Serbia all’India, dalla Francia all’Italia, e che questi movimenti non sono eterodiretti. La vera manipolazione, sostiene, sta nel volerli etichettare a tutti i costi per fini di parte. Critica Trump, che dà la colpa ai democratici e agli immigrati, e cita una confessione di Macron di vent’anni fa sul non capire gli adolescenti. Guarda con scetticismo anche alle letture che parlano di conflitto generazionale come nuovo conflitto di classe e alle etichette alfabetiche delle generazioni, che a suo dire non spiegano più nulla.
Né le Guardie rosse né i sessantottini, insiste, erano emarginati o affamati. Erano in fondo dei privilegiati, e più del disagio poté la noia. Fare la rivoluzione era più eccitante che studiare, e i viaggi gratuiti in treno per diffonderla furono per molti un’esperienza indimenticabile. Poi Mao mandò diciassette milioni di giovani nelle campagne a «imparare dai contadini». Tra loro c’era Xi Jinping, che ancora oggi rivendica quella gavetta.
Mezzo secolo prima, un’altra generazione europea si era arruolata con entusiasmo nella Grande guerra, spinta da poeti esteti della violenza. I sopravvissuti confluirono poi nei fascismi, che fecero del mito della giovinezza una bandiera. La Hitlerjugend divenne obbligatoria e finì per mandare i suoi ragazzi a morire in Russia.
La parte più sorprendente dell’articolo riguarda chi a quel modello si sottrasse. Secondo alcuni studi, una quota rilevante dei ragazzi tedeschi preferiva altri passatempi. Non erano eroi politicizzati come quelli della Rosa bianca, ma bande dai nomi fantasiosi come i Pirati dell’Edelweiss, con vestiti e capelli eccentrici, che si ritrovavano nei boschi a ballare swing e jazz «degenerato», deridevano il regime e rifiutavano la guerra. La Gestapo li perseguitava, e molti finirono impiccati come vandali e disertori. Ginzberg chiude dichiarando di stare con loro piuttosto che con gli obbedienti.





