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I primi numeri sulle scuole di specializzazione medica dell’Università di Siena si possono leggere in due modi. Nella prima fase di assegnazione sono state attribuite 189 borse sulle 263 disponibili nelle 34 scuole attive. Un anno fa, nello stesso momento, erano 180; due anni fa appena 164. L’ateneo parla di crescita e di attrattività confermata. Alcune scuole rispondono bene: pediatria, anestesia, radiodiagnostica, cardiologia, psichiatria, igiene, medicina interna.
C’è però un rovescio della medaglia. I posti banditi continuano a diminuire, da 278 a 266 fino agli attuali 263, e la copertura si ferma al 71 per cento. In Toscana Siena è terza, lontana da Firenze, che supera il 90, e da Pisa, oltre l’85. Soprattutto, i vuoti si concentrano proprio dove il servizio sanitario ne ha più bisogno. Chirurgia toracica non ha assegnato nessuno dei suoi quattro posti, geriatria appena tre su dieci, anestesia e rianimazione meno della metà. E in medicina d’emergenza-urgenza, cioè per i futuri medici di pronto soccorso, Siena copre circa un posto su tre. La media nazionale è intorno ai due terzi.
Il quadro non è ancora definitivo. Nelle prossime settimane seguiranno scorrimenti delle graduatorie e riallocazioni, e l’ateneo confida di arrivare alla piena capienza. Le associazioni degli specializzandi invitano però alla cautela nel senso opposto. Non tutti gli assegnatari si iscrivono davvero, di solito lo fa l’80-85 per cento, e i numeri potrebbero quindi scendere anziché salire.
Il problema del pronto soccorso è nazionale e noto da anni. Turni massacranti, rischio medico-legale, aggressioni e poca possibilità di attività privata rendono la medicina d’urgenza una delle specialità meno scelte in tutta Italia. Nemmeno le campagne ministeriali hanno invertito la tendenza. Il dato senese aggiunge però qualcosa di specifico. I giovani medici indicano apertamente l’isolamento della città come fattore penalizzante: una sede lontana dai principali collegamenti, a partire da quelli ferroviari, attrae meno di un grande polo metropolitano. Non a caso, proprio in questi giorni la Regione torna a sollecitare il governo sul trasporto regionale, con linee sovraccariche e un orario cadenzato fermo a un disegno di quasi vent’anni fa.
Qui la questione smette di essere accademica e diventa territoriale. L’ospedale universitario senese è una delle poche infrastrutture di livello nazionale che la provincia possiede. La sua capacità di formare e trattenere medici determina la qualità dell’assistenza non solo in città, ma anche nelle aree interne, dalla Valdichiana all’Amiata, dove i presidi sanitari già faticano a coprire gli organici. Se i giovani specialisti scelgono altre sedi, o se quelli che arrivano poi se ne vanno, sono proprio i territori periferici a pagarne il prezzo.
La risposta non può essere solo universitaria. Servono collegamenti degni, politiche per la residenza dei giovani professionisti e incentivi mirati per le specialità carenti. Serve anche una sanità territoriale che offra prospettive di carriera fuori dai grandi centri. Altrimenti Siena continuerà a presentare dati in crescita, mentre i suoi pronto soccorso restano senza chi dovrebbe farli funzionare.





