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Giovedì scorso la Commissione Cultura del Comune di Siena non si è riunita. Mancava il numero legale, e i dirigenti scolastici convocati sono tornati nei loro uffici senza aver potuto dire nulla. Sembra un incidente di procedura, ma è il sintomo di qualcosa di più serio: la maggioranza che sostiene la sindaca Nicoletta Fabio usa le istituzioni come terreno per regolare i propri conti interni, e la città ne paga il prezzo.
I fatti sono semplici. La presidente della Commissione, Maria Antonietta Campolo, ha lasciato Fratelli d’Italia per Futuro Nazionale, la formazione che fa capo a Vannacci. Fratelli d’Italia, attraverso Monica Crociani, ne chiede ora le dimissioni: Campolo avrebbe dichiarato di non far più parte della maggioranza e non potrebbe quindi conservarne una presidenza. Intanto il gruppo annuncia che deciderà volta per volta se partecipare ai lavori. Tradotto: la Commissione funzionerà quando conviene a qualcuno. Campolo replica che il Testo Unico degli Enti Locali non prevede alcun automatismo tra cambio di casacca e decadenza, che il suo sostegno alla sindaca non è venuto meno e che chi vorrà impedire il funzionamento dell’organo dovrà assumersene pubblicamente la responsabilità.
Ognuno, nel suo, ha qualche ragione. Formalmente Campolo ha ragione: le presidenze non sono proprietà dei partiti, e la Commissione è un luogo del Consiglio comunale, non di una segreteria. Politicamente Fratelli d’Italia ha qualche argomento: una presidenza assegnata dentro un equilibrio di maggioranza è difficile da separare da quell’equilibrio. Ma proprio qui sta il punto. Quando la forma giuridica e la sostanza politica si divaricano, un’amministrazione seria trova una composizione rapida, magari scomoda, e la trova fuori dalle sedute pubbliche. Non scarica il conflitto su un organo che dovrebbe lavorare per la città.
Perché i temi in attesa non sono marginali. Il più rilevante è l’ingresso del Ministero della Cultura nella Fondazione Santa Maria della Scala come socio sostenitore. È una decisione che pesa sul futuro del complesso museale più importante di Siena, sulla sua governance, sulle risorse e sul rapporto tra la città e lo Stato. Da anni il Santa Maria della Scala vive una condizione sospesa, troppo grande per le forze del solo Comune e mai davvero inserito in una strategia nazionale. Che una questione del genere rischi di restare ferma per una disputa sulle appartenenze di partito dice molto sul modo in cui oggi si intende l’amministrazione.
C’è poi un aspetto che riguarda tutti, non solo la destra senese. Le commissioni consiliari sono il luogo in cui i problemi vengono istruiti, in cui si ascoltano i soggetti esterni, come appunto i dirigenti scolastici, e in cui le decisioni dovrebbero maturare prima di arrivare in aula. Se diventano ostaggio delle tattiche, il Consiglio si svuota e tutto si concentra nelle stanze della giunta e dei partiti. È un impoverimento della democrazia locale che non fa rumore, ma lascia segni duraturi.
La domanda, allora, è rivolta a chi guida la città. La sindaca può lasciare che la propria maggioranza si logori in pubblico su una presidenza, oppure può intervenire e ricondurre la questione al suo posto. Governare significa anche questo: sapere che le istituzioni vengono prima di chi temporaneamente le occupa, e che il tempo della città non coincide con quello dei congressi di partito. Siena ha già pagato troppo, in passato, la confusione tra le due cose.





