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12 Aprile 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
Tempo di un nuovo “Basic Instinct”?
Un altro “Basic Instinct”? Torna l’assassina con il punteruolo di ghiaccio? Senza Sharon Stone, che il mese scorso ha compiuto 68 anni, è nata nel 1958. Oggi per Hollywood è come se avesse un piede – almeno – nella tomba. Mentre Michael Douglas, che ne ha una dozzina in più, ancora lavora. Per esempio nella serie “Il metodo Kominski”, accanto a Alan Arkin che ne ha dieci più di lui.
Il gruppo lesbico e bisessuale Labia lo ha giudicato “il film più apertamente misogino nella storia del cinema”. Chi avrebbe il coraggio di immaginare oggi una storia simile? Solo lui, lo sceneggiatore che per “Basic Instinct” fu ricoperto di dollari, si parla di 3 milioni: Joe Eszterhas, fuggito dall’Ungheria e approdato a Hollywood. Capostipite di un genere che metteva in scena donne da noir e maschi non tropo svegli.
Oggi ha 81 anni, parla di un reboot. Amazon MGM gli avrebbe dato già 2 milioni di anticipo. Altri due arriveranno se e quando sarà girato. Ma chi potrebbe girarlo, in questi tempi di correttezza politica? Eszterhas fa il nome di Emerald Fennell, la regista britannica di “Una donna promettente” (con Carey Mulligan), di “Saltburn”, e del più recente “Cime tempestose”, con Margot Robbie e Jacob Elordi che – siccome lo hanno maltrattato da piccolo – torna a Wuthering Heights ricco, spietato, voglioso di vendetta. Solo una donna ormai può girare scene di sesso non candeggiato.
Interrogata, Emerald Fennell dice che il collega sceneggiatore è così imbottito di droghe che non riuscirebbe da solo neanche a trovare il Walmart (catena di supermercati che punta sui prezzi bassi). Quindi nega ogni addebito. Joe Eszterhas garantisce di avere smesso con i piccoli e grandi aiuti – nell’intervista appesa uscita sul Guardian ammette di essersi fatto una pasticca di LSD niente di meno che con Hunter S. Thompson: uno che vide – più di una volta – i disegni sulla moquette muoversi come se avessero preso vita.
Joe Eszterhas sostiene di aver scritto una nuova storia, con elementi soprannaturali. Capisce che rifare “Basic Instinct” – in un’epoca terrorizzata dal confronto e dal disaccordo – può risultare assai difficile. Puntava sulla posizione anti-woke che lo avvicinava a Donald Trump, e gli faceva immaginare una possibile guerra culturale (la fantasia non gli è mai mancata, dai tempi di “Flashdance”, altra sceneggiatura di gran successo fino a “Showgirl”, allora spennacchiato e oggi di culto).
Succedeva prima che scoppiasse il caso Epstein. Ora Eszterhas, se non proprio moralista, si è scoperto più perbene di come lo immaginavamo. E certamente non ha cambiato idea dopo le dichiarazioni di Melania Trump. La sua vita da immigrato prima di inventare una piccola schiera di donne pericolose potrebbe essere più interessante.
A CENA CON IL DITTATORE
di Manuel Gómez Pereira, Alberto San juan, Mario Casas, Xavi Francés
Il
dittatore è il defunto Francisco Franco. Ce n’è ancora tanti in giro, bisogna precisare. Non va confuso con l’altrettanto defunto Saddam Hussein, primo motore nel film iracheno “La torta del presidente” di Hasan Hadi. Ancora nelle sale e doppiamente premiato a Cannes 2025: Caméra d’Or per il regista esordiente e premio del pubblico alla Quinzaine. Qui siamo nella Spagna del 1939, la Guerra civile è finita da due settimane. Il generalissimo Franco vuole cenare al Palace Hotel di Madrid, diventato un ospedale da campo. Incarica un giovane tenente, e dopo aver sgombrato il salone d’onore bisogna trovare i cuochi. Sono tutti in carcere, davanti al plotone di esecuzione. Altrettanti Aureliano Buendía che paiono rubati a “Cento anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez, e davanti ai fucili puntati ricordano “quando erano bambini e il padre li aveva condotti a conoscere il ghiaccio”. Salvati prima del colpo fatale e debitamente rivestiti, in albergo trovano i camerieri che son tutti franchisti. E altri ostacoli: i frutti di mare bisogna comprarli al mercato nero, si trovano solo lì. I giardini sono stati bombardati, quindi i fiori bisogna rubarli nelle chiese. Nei saloni del Palace suonava un orchestra femminile, la cantante Maria ha un corteggiatore franchista e si è fatta mettere incinta da un repubblicano. Il maître ha i suoi segreti. La stretta di mano è vietata. I cuochi salano l’arrosto, e progettano la fuga.
LO STRANIERO
di François Ozon, con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Denis Lavant, Pierre Lottin
Imprevedibile
François Ozon. Ha frequentato, e quasi sempre subito lasciato, quasi tutti i generi – anche uno che chiameremo “ozoniano”, un misto tra il debutto con “Sitcom” e il delizioso “La bella statuina”, tratto da una pièce teatrale e capace di mettere Catherine Deneuve a capo degli operai in sciopero, nella fabbrica del consorte Fabrice Luchini. Nulla che ricordasse, neppure da lontano, le sue origini: il padre era giudice istruttore a Algeri. Ora ha adattato per il cinema “Lo straniero” di Albert Camus, che era nato nel 1913 sulla costa orientale, a Mondovi (ora si chiama Dréan) e aveva studiato a Algeri. “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”: il romanzo inizia così, a parlare è Meursault. Un giovanotto pied-noir che fa l’impiegato e aveva per caso incontrato l’arabo sulla spiaggia, dopo aver saputo, senza emozioni, della morte della madre, ed essersi portato a letto la segretaria. Arabo senza nome, sempre: a chiarire subito i rapporti tra i colonizzatori e gli indigeni. Un impiegato che nel film di François Ozon ha il volto e il corpo e gli elegantissimi calzoni a vita alta del più che leggiadro attore francese Benjamin Voisin – lo ricordiamo, bravissimo, come Lucien nelle “Occasioni perdute” di Xavier Giannoli. Il regista lo inquadra secondo l’iconografia gay, sdraiato sulla spiaggia e con l’ascella bene in vista. Bianco e nero luminoso, quasi abbagliante. L’esistenzialismo di Albert Camus era più cupo.
UN ANNO DI SCUOLA
di Laura Samani, con Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno
L’impresa
è audace. Trasportare un racconto autobiografico di Giani Stuparich, ambientato a Trieste nel 1909 (e pubblicato nel 1929) in un film dei nostri anni. Retrodatato al 2007 perché dei telefoni cellulari bisogna disfarsi, in un modo o nell’altro. Nel 1909 le scuole pubbliche di Trieste – impero austro-ungarico, Stuparich aveva frequentato l’università a Praga – aprirono le porte anche alle ragazze. Si chiamava Edda nel racconto, nel film diventa Frederika detta Fred. Viene dalla Svezia, al seguito del padre chiamato a ridurre il personale di una fabbrica, i dipendenti hanno già organizzato lo sciopero. Studia nell’Istituto Tecnico Industriale Marie Curie, ultimo anno in una classe di soli maschi. La corteggiano in tre. Il secchione della classe Antero, appassionato di letteratura e quindi timido. Mitis che sembra protettivo. Pasini che si presenta come grande seduttore e in cuore soffre per un dolore grande. Fred vuole fare parte del gruppo, che si ritrova in una vecchia tipografia fuori uso – ci sarà ovviamente un rito di passaggio. L’andamento è lento, le citazioni abbondano e culminano nel finale da Nouvelle Vague (inteso come gruppo di registi e anche come film di Richard Linklater, da vedere se ancora non l’avete fatto). Laura Samani, al secondo film dopo “Piccolo corpo” è attenta al pastiche linguistico della sua terra di confine. Compito per il terzo film: accelerare, o almeno variare un po’ il ritmo.
THE DRAMA – UN SEGRETO E’ PER SEMPRE
di Kristoffer Börgli, con Zendaya, Robert Pattinson, Alana Haim
Cosa
bisogna sapere l’uno dell’al tro prima di convolare a nozze? Il vincolo “dire adesso o tacere per sempre” vale anche per i futuri sposi, oltre che per amici, parenti, altri eventuali custodi di segreti? Abbiamo cominciato a scrivere senza controllare il titolo italiano deciso dai pavidi distributori, così metà della sorpresa sparisce. Zendaya legge al caffé, con gli auricolari. Robert Pattinson si avvicina, alla fine dell’approccio da manuale – commentando il libro che però lui non ha letto – si accorge che la ragazza non ha sentito neanche una parola. Intrigata, si toglie gli auricolari, e ricominciano da zero. L’abbordaggio va a buon fine. I due si innamorano, passeggiano romanticamente, vanno a vivere insieme (nella casa di lui, americano a Londra e storico dell’arte, si direbbe assai ben pagato). Alla vigilia del matrimonio con una coppia di amici cari vanno a scegliere il menu. Un po’ troppi assaggi di vino e comincia il gioco più pericoloso del mondo. Rivelare un segreto finora ben custodito del proprio passato. Zendaya esita, allude a qualcosa di violento, il trailer ufficiale si interrompe. Ma quando andrete al cinema il segreto sarà probabilmente già svelato, con contorno di psicologi attirati dalla gustosa esca. Poi il segreto – l’unico davvero inconfessabile – viene rivelato. Gli amici e il futuro sposo la guardano con altri occhi. Mentre le prove – di ballo anche – proseguono.





