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NUOVO CINEMA MANCUSO
I truffatori fanno furore
“Quale demone spinge una persona caduta in disgrazia come Elizabeth Holmes a accogliere il regista e la troupe di un documentario?” Se lo chiede Henry Roberts sul Guardian. I precedenti riguardano i film dedicati a Lance Armstrong, Imelda Marcos, Anthony Weiner. L’ultimo caso riguarda Elizabeth Holmes, fondatrice di Theranos, condannata nel 2022 a 11 anni di prigione per una frode stimata in centinaia di milioni di dollari (cifra che dovrebbe anche restituire).
Il corpo del reato aveva nome Theranos. Era una tecnologia dalle mille promesse: capace di scoprire ogni sorta di malanno, tra cui diversi tipi di cancro. Bastava una goccia di sangue prelevata da un dito, tipo emoglobina. Tra i truffati, sembra incredibile, ci sono Abc News, il New York Times, e Nbc News, che le notizie dovrebbero verificarle. La truffatrice era finita in carcere a Bryan, Texas. La pena intanto è stata parecchio ridotta.
Il documentario si intitola “You Can See Everything”, diretto da Nathan Fielder e Lance Oppenheim. Meglio chiamarlo film, per amor del folto pubblico che da subito ha affollato le sale, 15 milioni di dollari nel primo fine settimana tra Stati Uniti e Canada – dura la bellezza di tre ore. Metacritic, che raccoglie le recensioni e le valuta, gli ha dato un punteggio di 99 su cento – per dire: “Odissea” di Christopher Nolan aveva totalizzato 88/100, e “Digger” di Alejandro Gonzalez Inarritu (il film peggio criticato di questi mesi, tra quelli con pretese, è arrivato al 46 per cento di gradimento).
“A modern masterpiece of deceit”: è il titolo della recensione a 5 stelle del Guardian. Vale a dire: un moderno capolavoro sull’arte della truffa. Sapienza che, se dobbiamo dare retta a “La casa dei giochi” – insuperabile film scritto e diretto da David Mamet del 1987 – dipende dal fatto che “ogni giorno nasce un tonto e due furbi per fregarlo”. Citiamo a memoria – se volete controllare Apple tv lo mostra in cambio di 3 dollari e 99 a noleggio, possederlo richiede qualche dollaro in più.
Vediamo la coppia diabolica: insieme a Elizabeth Holmes c’è il marito Billy Evans, e i loro due figli piccoli. Il documentario di Fielder e Oppenheim è stato girato prima che andassero in galera, appunto per frode. Sono stati benissimo accolti, anche i truffatori conclamati hanno l’insano desiderio di far capire al mondo “come sono veramente”. In quel periodo stavano lavorando a “Theranos 2.0”: quale migliore occasione per farsi un po’ di pubblicità?
Resta la domanda. Date le circostanze, Elizabeth Holmes stava rivelando la verità su sé medesima, oppure gli spettatori vedranno nel documentario un altro personaggio fabbricato per l’occasione? Nathan Fielder lo chiede all’interessata, che giura “dirò la verità”. Una bugia sola può evitarne mille.
URCHIN
di Harris Dickinson, con Frank Dillane, Meghan Northam, Shonagh Marie, Harris Dickinson
Urchin”
ha come primo significato “riccio di mare”. Ai tempi di Charles Dickens, erano chiamati così i mocciosi di Fagin, capo
di una banda di ladri bambini in “Oliver Twist”. Correvano veloci, le mani erano piccole e agili, sapevano intrufolarsi dappertutto, erano sempre sospettati e quasi mai acchiappati. Oggi significa “persone che vivono per strada” come Mike, il protagonista di questo film. Cose da notare: abbiamo visto Harris Dickinson recitare nel “Triangle of Sadness” di Ruben Östlund e in “Babygirl” di Halina Reijn: questo film è il suo debutto da regista. Frank Dillane, il protagonista, è stato premiato come migliore attore a Venezia, sezione “Un certain regard”. Le credenziali ci sono, e – bella sorpresa – c’è anche il film. Pur non essendo il genere adatto – bisogna essere chiari – per il sabato sera con la morosa nuova di cui ancora non sappiamo i gusti. Mike dorme per strada, neanche lui sa più da quando. Ricarica il cellulare nei bar che lo ospitano per un quarto d’ora. Un passante gentile gli offre un panino e una bibita, Mike lo aggredisce sotto un tunnel, gli ruba soldi e orologio – nega, ma c’erano le telecamere. Va detto che il titolo italiano dice “Ramingo”, quindi è meglio vedere il film in originale con i sottotitoli. La polizia arresta Mike per la rapina, pena 14 mesi. All’uscita fa l’aiuto cuoco, i clienti si lamentano. Torna a fare lo spazzino, una ragazza gli sorride. Stavolta andrà meglio?
KLARA E IL SOLE
di Taika Waititi, con Jenna Ortega, Amy Adams, Mia Tharia, Natascha Lyonne, Steve Buscemi
Non
siamo mai stati grandi fan di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954. Prima grande impresa: essere diventato, qualche decennio dopo, un perfetto romanziere britannico. “Quel che resta del giorno” vinse nel 1989 il Booker Prize. Il Nobel arriverà nel 2017, intanto lo scrittore aveva cominciato a corteggiare la fantascienza. “Non lasciarmi” nel 2015 raccontava il triste destino di ragazzi e ragazze allevati come materiale da trapianti. Trama identica a “Ricambi” di Michael Marshall Smith uscito quasi 20 anni prima. Anche “Klara e il sole” prosegue nel filone “grande scrittore laureato si cimenta con la fantascienza”. Cloni, di nuovo, in un mondo dove non servono più da parti di ricambio, ma da amici. Però la tecnologia corre in fratta, i vecchi modelli vengono dismessi con l’arrivare dei modelli nuovi. Un “Toy Story” per adulti, insomma. La letteratura non è uno sport competitivo, per carità, e ogni tanto i generi “minori” andrebbero guardati con maggiore attenzione. Ma Ishiguro ci aveva già delusi più di una volta. Il regista Taika Waititi non ancora. La serie “Vita da vampiro”, poi il film “Jo Jo Rabbit”, erano molto ben riusciti. E anche il film su Samoa, che vanta la peggiore del mondo in cerca di qualificazione. Qui nulla funziona, e tante sono le lungaggini: i robot buoni che marciano a energia solare sono stucchevoli. Bamboleggiano. Sgranano gli occhioni. Vogliono fare del bene e combinano pasticci.
RAGIONE E SENTIMENTO
di Georgia Oakley, Daisy Edgar-Jones, Esmé Creed- Miles, George MacKay
Un’altra
Jane Austen. Sempre pronta all’uso per una commedia romantica, in costume, con abiti sfarzosi anche quando sono le diseredate sorelle Dashwood a indossarli. Elinor e Marianne, con la loro madre e una sorella più piccola, alla morte del padre sono costrette a trasferirsi in un piccolo cottage. Che poi tanto piccolo non sarebbe, resta il cambiamento di status: l’eredità del genitore va al primogenito maschio, loro son figlie della seconda moglie. Alla morte del vecchio genitore, il loro status sociale e il loro patrimonio cambiano. In peggio, si intende. Ed è un bel guaio, per due ragazze da marito. Al titolo siamo affezionati, ma sarebbe più chiara un’altra traduzione: buon senso, che sta per ragionevolezza di carattere; mentre dall’altra parte non si tratta tanto di sentimento quanto di illusione sentimentale. Sono i caratteri delle due figlie. Elinor, la sorella maggiore, è realista sulla sua situazione, le sue prospettive, e le promesse dei maschi. Marianne è la passionale – nel senso dell’illusione e della cecità, soprattutto in materia di uomini. L’atmosfera è cupa, come le giornate sempre grigie e nuvolose. La vita è austera, potrebbe peggiorare. Urge un marito. Possibilmente ricco. Elinor si innamora di Edward Ferrars (e si tormenta perché lui non la chiede in moglie). Il film del 1995, diretto da Ang Lee con Kate Winslet e Emma Thompson, era decisamente superiore. La perfidia di Jane Austen è volata via.
PRIMETIME
di Lance Oppenheim, con Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Matthew Maher
La
sceneggiatura di “Primetine” era una bomba a mano. Lo ha detto Robert Pattinson al London Film Festival. Gran complimento per Ajon Singh che ha scritto la sceneggiatura. Aggiunge Pattinson: nessuno ancora ci aveva messo le mani sopra per farne un film (una serie sarebbe stato più difficile, racconta un programma televisivo, e il suo conduttore Chris Hansen: davano la caccia ai pedofili). Attiravano i sospetti, con annunci sul giornale. Preparavano un set con telecamere nascoste. Faceva da esca un attore maggiorenne capace di recitare senza essere ridicolo la parte di un minore. Quando era chiaro il tipo di scambio, intervenivano, denunciavano il colpevole, prima di consegnarlo alla polizia lo interrogavano: un quarto d’ora di televisione altamente scandalistica. Finché Hansen medesimo non viene beccato a cena con una bella ragazza che non era sua moglie. In Italia, il “peccato di pantalone” è poca cosa, serve ai pettegolezzi e basta. Nell’America puritana, l’inciampo può distruggere una carriera. “To Catch a Predator” andò in onda dal 2004 al 2007, con soddisfazione della rete, e degli indignati speciali. Gli spettatori erano milioni. Lance Oppenheim, trentenne documentarista al suo primo lungometraggio, ha buone idee. Lavora con le luci, anche colorate (dopotutto siamo in uno studio tv). Ha una regia nervosa che passa da una telecamera all’altra. Ottime idee, che finiscono per prendere il sopravvento sull’indagine.





