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25 Ottobre 2026Perché la Francia esplode sempre: la lettura di Stefano Cingolani, dalla Bastiglia ai casseurs, alla luce di Camus
Da «La Francia delle rivolte», articolo di Stefano Cingolani pubblicato sul Foglio.
Mentre Parigi torna a bruciare e la protesta dei giovani si propaga verso Madrid e Milano, Stefano Cingolani si chiede se i rivoltosi di oggi siano i nuovi sanculotti. Si chiede soprattutto perché proprio la Francia sia da secoli il luogo in cui la violenza di massa trova casa e da cui si irradia ai paesi vicini. Nella piazza francese convivono due anime. Da una parte c’è un ceto medio impoverito, quello dei gilet gialli, emersi nel 2018, sommersi dalla pandemia e mai davvero scomparsi. Dall’altra ci sono i figli e i nipoti degli immigrati chiusi nelle banlieue, fratelli minori delle bande che a ondate hanno assaltato il centro della capitale.
La Francia, osserva l’autore, è il paese in cui molto è cominciato. Lì nasce lo stato-nazione moderno, lì si compie la rivoluzione borghese, lì le masse smettono di essere plebe manovrata dai potenti e diventano attore politico. Con de Gaulle nasce un presidenzialismo diverso da quello americano, perché gli altri poteri vi pesano meno. C’è chi teme che lì possa anche finire l’ordine liberaldemocratico nato nel dopoguerra, che ha retto alla Guerra fredda, al terrorismo e alla lotta di classe.
Il filo che Cingolani segue è lungo. Comincia con le jacqueries medievali, combattute sulla nuda terra, e con le insurrezioni religiose. Passa per le guerre tra cattolici e ugonotti, che con la nascita dello Stato assoluto diventano subito conflitto politico e culminano nella strage di San Bartolomeo. Arriva alla Bastiglia, presa da una folla in cerca di polvere da sparo senza che nessuno l’avesse pianificato, e alla figura del sanculotto: un uomo adulto, padre di famiglia, che sognava un mondo egualitario ma non collettivista. Segue la Vandea, che non fu una semplice repressione ma una guerra civile con decine di migliaia di morti da entrambe le parti e con le “colonne infernali” incaricate di fare terra bruciata.
Nell’Ottocento il ribellismo entra nella politica moderna. Le masse si organizzano in sindacati e partiti, e il potere è costretto a legittimarle. Gli imperi dei due Napoleoni si rivelano effimeri, perché, come ricorda lo storico Duby, le rivoluzioni non le vince mai chi le fa. Tra le due guerre la Francia non trova equilibrio, e lo stesso vale per il dopoguerra della Quarta Repubblica, con i suoi governi instabili. In quel vuoto irrompe Pierre Poujade, cartolaio occitano che guida la rivolta dei bottegai contro le élite parigine e contro l’Europa. È il primo populismo europeo di successo, parente dell’Uomo Qualunque italiano, e nel 1956 porta in Parlamento cinquantadue deputati, tra cui il giovane Le Pen. A chiudere quella stagione sarà la Quinta Repubblica gaullista.
L’ipotesi politica dell’autore è che il “mal francese” stia nella forma stessa dello Stato. L’assolutismo avrebbe cambiato pelo ma non vizio, e un potere verticale sembra fatto apposta per suscitare esplosioni orizzontali. A questo si aggiungono la tentazione costante, di nobili ieri come di partiti e gruppi d’interesse oggi, di usare le masse come strumento di manovra. Pesa anche una cultura della rivolta che solo di rado diventa rivoluzione e più spesso si spegne per poi riaccendersi: le micce cambiano, la polvere resta.
La chiave di lettura finale è Camus, con il suo «Mi rivolto dunque sono». La rivolta appartiene alla natura umana ed è un modo di affermare la propria dignità contro l’assurdo dell’esistenza. Se i giovani “nichilisti” di oggi si ribellano per affermare se stessi, ne sono in qualche modo i pronipoti. La rivoluzione invece tradisce la rivolta, perché cala dall’alto un dogma e non pensa all’uomo com’è, ma all’uomo come dovrà essere plasmato. Anche la ribellione però ha un limite, ed è il senso della misura del “pensiero meridiano”: capire la realtà per cambiarla, non per distruggerla. La conclusione di Cingolani è netta. Oggi Camus avrebbe chiesto di condannare la violenza, e con più forza proprio chi vuole comprenderne le ragioni profonde.





