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Una notte senza sonno con Marguerite Yourcenar
di Pierluigi Piccini
Stanotte il sonno non è venuto. Non ne faccio un dramma: succede, a tutti, e di solito la cosa più ragionevole è restare al buio ad aspettare che passi. Io invece, dopo essermi girato per l’ennesima volta, ho fatto quello che si sconsiglia sempre, ho acceso la luce. Le ore di una notte in bianco hanno una consistenza particolare, più lenta e più larga di quelle del giorno, e la casa comincia a parlare con rumori che di giorno non si sentono. Ho preso un libro dallo scaffale. Mi piacerebbe dire che l’ho scelto a caso, ma non è vero: sapevo benissimo quale stavo cercando, e credo di sapere anche perché. Cercavo compagnia.
Le Memorie di Adriano le ho lette tanto tempo fa, e non saprei più dire quando. Quello che ricordo meglio, curiosamente, non è il libro ma la storia del libro: Yourcenar lo aveva cominciato da ragazza, lo aveva distrutto, abbandonato, e lo ha ripreso quasi trent’anni dopo, quando finalmente aveva l’età per far parlare un uomo che invecchia. Ho sempre trovato questa attesa più istruttiva di molte pagine di critica. Ci sono voci che non si possono prestare finché non si è vissuto abbastanza da riconoscerle come proprie.
Adriano parla del sonno con una cortesia che riserva a pochissime altre cose. Ne parla come di un ospite di riguardo, che per anni si è presentato ogni sera senza mai dire da dove venisse. Questo me lo ricordavo, e stanotte l’ho ritrovato con un piccolo sollievo, come quando si rivede un amico e si scopre che è rimasto quello di prima. Un uomo che conosceva il prezzo di ogni cosa, davanti all’unico dono che non aveva mai pagato, rinuncia a spiegarlo e si limita a ringraziare. Il padrone dell’impero si coricava come il più oscuro dei suoi sudditi, e l’impero non si accorgeva della sua assenza. Al mattino ritrovava tutto al suo posto. Non lo dice, ma sospetto che in quella continuità leggesse il giudizio più onesto sul proprio governo.
Poi, con gli anni, il sonno ha cominciato a farsi desiderare anche da lui. E qui confesso di aver lavorato di fantasia. Mi sono immaginato l’imperatore sveglio nel buio di una villa enorme, il passo di una sentinella in fondo a un corridoio, l’acqua di una fontana in giardino. Non so se queste cose ci siano davvero nel libro; forse ce le ho messe io, alle tre del mattino, perché avevo bisogno di dargli una stanza. Ma il pensiero che ne è venuto fuori mi sembra suo più che mio: chi dorme ignora la propria assenza, chi veglia vi assiste. Il mondo prosegue con la stessa quiete anche quando qualcuno, con la lampada accesa, lo guarda proseguire. Per un uomo che ha governato, è una scoperta insieme umiliante e liberatoria.
Fuori non passava nessuno, nemmeno una macchina lontana. E a un certo punto ho avuto una sensazione che esito a scrivere, perché so quanto suoni presuntuosa: che fra la sua stanza e la mia ci fosse molta meno distanza di quanta ne mettano i secoli. Non mi stavo identificando con lui, ci mancherebbe, e trovo un po’ ridicoli quelli che lo fanno. Era una cosa più semplice. Eravamo svegli alla stessa ora, nello stesso tipo di silenzio, in un tempo che appartiene agli altri. Bastava questo per sentirsi meno soli, e non serviva aggiungere altro.
C’è un’immagine che mi è tornata in mente, e anche qui non giurerei che sia tutta di Yourcenar: l’anima che di notte esce per i suoi viaggi e rientra prima dell’alba, con la discrezione di chi ha preso la chiave senza chiedere il permesso. Nelle notti senza sonno, invece, non parte e non resta. Indugia sulla soglia, come chi prova una strada senza decidersi a percorrerla. Ho pensato che Adriano, nelle sue notti, la sentisse così, accanto a sé, familiare e un po’ smarrita, e che invece di richiamarla all’ordine le tenesse compagnia. È la cosa più saggia che si possa fare. Io, stanotte, ci sono riuscito solo a metà.
Mi sono convinto, verso le quattro, che la sua lunga lettera fosse nata proprio così. Non dalla diagnosi del medico né dal senso dello Stato, come si dice di solito, ma da ore vuote che chiedevano di essere abitate. Non ho prove, naturalmente, e non le cerco. Ma so che si scrive diversamente quando non si dorme: più lentamente, con meno difese, rivolgendosi a qualcuno che non c’è anche quando sulla prima pagina c’è un nome. Adriano ha messo ordine nella propria vita come si mette ordine in una stanza in cui non si trova pace, spostando un oggetto, poi un altro, finché l’aria non torna respirabile. Mi accorgo che è quello che sto facendo anch’io adesso, scrivendo queste righe.
Verso l’alba ho chiuso il libro. Il sonno non era tornato, e a quel punto non valeva più la pena aspettarlo. Dormirò stasera, spero. Ma la notte non era stata vuota. Qualcuno l’aveva attraversata prima di me, con la stessa luce accesa, e mi aveva fatto capire, senza la minima enfasi, che si può restare svegli senza angoscia accanto alla propria anima incerta, aspettando un mattino che, almeno questa volta, è arrivato puntuale.





