
Lucio Dalla – La sera dei miracoli
31 Ottobre 2026
Corpo a corpo. Deformato
1 Novembre 2026Una settimana di cultura tra terremoti, incendi e il bene comune della conoscenza
Ci sono settimane in cui le riviste culturali, senza essersi parlate, finiscono per dire la stesso cosa. Basta mettere in fila i titoli usciti tra il 26 e il 30 ottobre su alcune delle testate che ancora provano a pensare il presente: Le parole e le cose, Lucy sulla cultura, Pangea, Not, Doppiozero. Da quell’elenco, letto come una sola frase, viene fuori un ritratto abbastanza preciso del tempo che abitiamo. È un tempo che trema, che respira fumi altrui, che si interroga su ciò che resta del classico e che affida la propria memoria a strumenti fragili, mentre lascia che le volpi governino i pollai.
Si comincia d’estate, con una domanda. “La nostra calda estate classica: e poi?” La formula è ironica e malinconica insieme. L’estate è stata classica nel senso più ovvio, quello del caldo che ormai non sorprende più nessuno, ma anche nel senso di una stagione in cui il classico è tornato di moda: festival, letture pubbliche, teatri antichi pieni, il mito rivisitato in ogni forma. E poi? La domanda è giusta. Il classico non è un repertorio da consumare sotto le stelle, è una misura con cui giudicare il presente. Se resta solo spettacolo, l’autunno lo spazza via come le sedie di plastica nelle piazze. Se invece diventa criterio, allora serve proprio adesso, quando le cose si fanno difficili.
E le cose si fanno difficili. “Dopo un terremoto non si smette mai davvero di tremare” è un titolo che chiunque abbia vissuto una scossa riconosce come vero alla lettera. Il corpo conserva la memoria del suolo che si muove, e ogni camion che passa, ogni porta sbattuta, riattiva quella paura. Ma la frase vale anche come diagnosi collettiva. Abbiamo attraversato una pandemia, guerre che credevamo impossibili alle porte d’Europa, crisi economiche a ripetizione. Non siamo più tornati fermi. Viviamo in uno stato di vigilanza permanente che logora, rende sospettosi, accorcia lo sguardo. Chi amministra lo sa bene: dopo una crisi la gente non chiede visione, chiede rassicurazione. Ed è proprio lì che la visione diventa più necessaria, perché la rassicurazione senza progetto è solo un modo di tremare più piano.
Poi c’è l’incendio. “Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato” è forse il titolo più politico della settimana, e parla soprattutto alle generazioni più giovani. Il riferimento più immediato è alla crisi climatica, ma la frase si allarga a tutto ciò che si eredita senza averlo scelto: i debiti pubblici, i territori consumati, le istituzioni svuotate, un lavoro che non garantisce più un progetto di vita. C’è in quella frase una rivendicazione legittima e insieme un rischio. Legittima, perché è vero che il fuoco l’ha acceso qualcun altro. Il rischio è che la constatazione diventi alibi, che il fumo giustifichi la resa. Chi viene dopo non ha colpa dell’incendio, ma ha comunque il compito di spegnerlo, o almeno di non lasciarlo divampare oltre. E chi viene prima ha il dovere di non voltarsi dall’altra parte fingendo che il fumo sia nebbia.
In mezzo a queste immagini di crollo e di cenere, Pangea ricorda una donna che le macerie le ha guardate in faccia. Lee Miller era stata modella, musa, fotografa di moda; poi, durante la guerra, diventò corrispondente e fotografò l’Europa liberata, i campi di concentramento, l’orrore senza filtri. La sua vicenda è esemplare perché mostra il passaggio dall’essere guardata al guardare, dalla superficie patinata alla testimonianza. Fotografare le donne, come dice il titolo, significava restituire loro uno sguardo che non fosse quello del desiderio maschile o della rivista illustrata. In un’epoca come la nostra, sommersa di immagini e povera di sguardi, la sua lezione è severa: l’immagine vale quando costa qualcosa a chi la fa.
Ed ecco che la questione dell’immagine ritorna, in chiave diversa, con la notizia che “Encontros da Imagem” arriva a Guimarães. Il festival portoghese di fotografia, nato a Braga e tra i più longevi d’Europa, si allarga a un’altra città storica del nord del Portogallo. È il segno di una cultura che si muove sul territorio, che non si chiude nel capoluogo ma cerca nuove piazze. Per chi lavora nei piccoli centri è una notizia che parla direttamente: le grandi rassegne possono e devono uscire dai luoghi consueti, perché è lì, nei luoghi minori, che la cultura diventa davvero bene pubblico e non vetrina.
C’è poi il bene pubblico per eccellenza dell’età digitale, quello che diamo per scontato. Il Guardian ricorda che la storia di Wikipedia è affascinante e il suo futuro precario. Un’enciclopedia scritta da volontari, senza pubblicità, aperta a tutti: vent’anni fa sembrava un’utopia ingenua, oggi è l’infrastruttura silenziosa su cui si regge una parte enorme della conoscenza condivisa, comprese le intelligenze artificiali che se ne nutrono senza restituire nulla. La sua precarietà è la precarietà di tutto ciò che è comune: funziona finché qualcuno se ne prende cura gratis, e si sgretola quando i grandi soggetti privati ne estraggono valore senza alimentarlo. È la vecchia storia dei beni comuni, che ogni comunità di montagna conosce benissimo, trasferita nel mondo dei dati.
Ed è qui che il titolo di Doppiozero chiude il cerchio con un proverbio rovesciato: “libera volpe in libero pollaio”. La formula liberale della libertà reciproca diventa la descrizione di un ecosistema, quello dei social, in cui la libertà del più forte coincide con la vulnerabilità di tutti gli altri. Non serve molto per capire chi sia la volpe e chi le galline. Le piattaforme si presentano come spazi neutri di espressione, ma sono costruite per catturare attenzione e venderla, e la loro libertà di regolarsi da sole è la libertà della volpe di decidere l’orario dei pasti. La domanda politica è antica: chi costruisce il recinto, e per proteggere chi?
Messi insieme, questi titoli dicono una cosa semplice. Il presente trema, brucia, si riempie di immagini e di parole che non sempre trattiene. Ma dentro la stessa settimana ci sono anche le risposte: una fotografa che guarda senza distogliere gli occhi, un festival che si sposta nelle città minori, un’enciclopedia costruita dal basso, riviste che ostinatamente continuano a pensare. Il classico, alla fine, serve a questo: a ricordarci che altre epoche hanno tremato e bruciato, e che ne sono uscite non per fortuna ma per la fatica di chi ha scelto di custodire il comune invece di consegnarlo alla volpe. E poi? E poi tocca a noi.





