
La voce che scrive. Mistica e scrittura femminile nel Medioevo
22 Marzo 2026
Castagna del Monte Amiata Igp Dalla Regione il nuovo disciplinare
22 Marzo 2026di Pierluigi Piccini
Paul Cézanne impiegò centoquindici sedute per dipingere il ritratto del mercante Ambroise Vollard. Centoquindici mattine, dalle otto e mezza alle undici, per arrivare a dire — con aria soddisfatta — di essere «abbastanza contento dello sparato della camicia». Vollard non batté ciglio. Sapeva che Cézanne non cercava la somiglianza, cercava qualcosa di più difficile: la struttura profonda del reale, non la sua apparenza.
Scrisse a Émile Bernard che «bisogna trattare la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono». Non riprodurla — indagarla. Non copiarla — trovarle un’armonia parallela. L’arte, ripeteva, «non è la riproduzione della natura ma è un’armonia parallela alla natura».
Ho riletto questa frase mentre lavoravo al documento che definisce l’indirizzo politico del Siele Science Hub, il progetto che vorrebbe trasformare la vecchia miniera di cinabro del Siele — sul versante nord del Monte Amiata — in un polo permanente di ricerca scientifica, formazione e innovazione legato al capitale naturale del territorio.
Il parallelismo mi ha colpito con una forza quasi fisica.
Anche il Siele non vuole riprodurre la natura. Non è un museo naturalistico, non è un parco tematico, non è nemmeno un centro di valorizzazione turistica travestito da laboratorio. È — almeno nelle intenzioni che cerchiamo di dargli — qualcosa di più ambizioso e più difficile: un luogo in cui il sottosuolo, la geotermia, le acque, gli ecosistemi non vengano semplicemente mostrati o sfruttati, ma compresi. Indagati nella loro struttura profonda.
Cézanne dipingeva la Sainte-Victoire decine di volte non per ossessione né per mancanza di fantasia. La dipingeva perché ogni volta il problema era lo stesso — restituire la «réalisation», la traduzione delle sensazioni in forma — e ogni volta la soluzione era ancora da trovare. Il non-finito delle sue tele non è un fallimento. È la traccia visibile di una ricerca che sa di non potersi chiudere.
Il Siele, se lo costruiamo bene, dovrà avere la stessa struttura aperta. Non un progetto che si inaugura e si consegna alla fotografia ufficiale, ma un processo che si rinnova attraverso le domande che i ricercatori portano, le borse di studio che attivano presenze giovani e internazionali, i dati che si accumulano e si restituiscono alla comunità. Un luogo che non finisce mai del tutto — e che proprio per questo resta vivo.
C’è un altro punto di contatto che non voglio perdere. Cézanne era considerato un pittore delle aree interne, uno che aveva scelto di stare ad Aix-en-Provence mentre Parigi brillava. I giovani pittori più audaci — Picasso in testa — andavano a cercarlo lì, in periferia, perché capivano che quella solitudine non era rinuncia ma metodo. Che la distanza dalla capitale era la condizione che gli permetteva di guardare la montagna con quell’intensità.
Le aree interne del Monte Amiata hanno la stessa possibilità, se sappiamo riconoscerla. Non producono sviluppo nonostante la loro distanza dai centri, ma — a certe condizioni — grazie a essa. La lentezza, la scala umana, il rapporto diretto con il territorio fisico: sono risorse cognitive, non handicap logistici.
Cézanne morì nel 1906 per aver continuato a dipingere sotto un acquazzone. Stava lavorando ancora alla Sainte-Victoire. La montagna non era finita. Non sarebbe mai finita.
Anche questa è una forma di fedeltà che riconosco, e che cerco di tenere a mente ogni volta che si tratta di decidere cosa costruire — e come.





