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C’è una strana legge non scritta che governa la cultura contemporanea: tutto ritorna, ma trasfigurato. Non il passato che si ripete, come nella vulgata marxiana, prima come tragedia poi come farsa — piuttosto il passato che riemerge come domanda, come interrogazione sul presente. E questa settimana, guardando insieme cose apparentemente distanti, quella legge si è fatta più visibile del solito.
Dan Dare torna. L’eroe dei fumetti britannici degli anni Cinquanta, pilota galattico dall’algida mascella e dagli ideali imperiali appena sublimati in fantascienza, viene riesumato per un reboot. C’è chi storcerà il naso — e ha ragione di farlo, se pensa alla serialità come cannibalizzazione — ma c’è anche chi intuisce che Dan Dare non è mai stato solo un fumetto. Era un progetto di futuro, un modo in cui l’Inghilterra del dopoguerra si raccontava lo spazio come nuovo impero. Rimetterlo in circolazione adesso, nell’epoca in cui il Regno Unito cerca affannosamente una narrativa identitaria post-Brexit, non è un atto innocente. È una confessione.
Nel frattempo, la National Gallery di Londra ha scelto il proprio architetto per la nuova ala: è Kengo Kuma, lo stesso cervello dietro allo stadio olimpico di Tokyo. La notizia è tecnicamente rilevante — Kuma è uno dei pochi architetti contemporanei capaci di fare dialogare l’astrazione strutturale con la materia viva, la pietra, il legno, la pelle degli edifici — ma ciò che colpisce è il gesto simbolico. Londra, che ha nel proprio museo più celebre uno dei santuari dell’arte europea, chiama un giapponese a costruirne l’estensione. È un atto di umiltà o di cosmopolitismo ostentato? Probabilmente entrambe le cose. Probabilmente nessuna contraddizione.
Poi ci sono le guerre dei capolavori, e sono le più rivelatrici. La Spagna è insorta — i politici, almeno — contro una richiesta di spostare il Guernica di Picasso. Dove, non importa: importa il principio, o meglio il fatto che il Guernica non sia mai stato soltanto un dipinto. È una reliquia civile, un monumento laico alla barbarie franchista, un oggetto su cui la democrazia spagnola post-1975 ha costruito parte della propria narrazione fondativa. Toccarlo — spostarlo, prestarloprestarsi alla logica del prestito istituzionale — equivale a toccare qualcosa di costituzionale. Allo stesso modo, il mondo dell’arte messicano si agita all’idea che opere di Frida Kahlo possano viaggiare verso la Spagna. Kahlo è diventata molto più di una pittrice: è un’icona nazionale, una marca identitaria, quasi una questione di sovranità. Quando i quadri diventano bandiere, spostarli è un atto politico.
Arca, la musicista venezuelana che da anni abita i margini radicali dell’elettronica e del corpo come performance, ha smesso — temporaneamente — di fare musica. Il burnout l’ha portata alla pittura. C’è qualcosa di profondamente sensato in questo: la pittura è lenta, è fisica, è irrimediabilmente analogica. È l’opposto della musica digitale, dello studio come macchina del tempo, della produzione senza pause. Arca che dipinge è Arca che respira. Che l’iconoclastia abbia trovato rifugio in uno dei gesti più antichi dell’arte umana è una piccola, perfetta ironia.
I Pet Shop Boys, invece, escono con un grande libro retrospettivo sulla carriera. Neil Tennant e Chris Lowe non hanno mai smesso di essere rilevanti, e la ragione è semplice: hanno sempre saputo che la pop music è anche teoria. Ogni loro album è stato un saggio travestito da hit. Un libro su di loro non è nostalgia — è critica culturale con la copertina giusta.
Dalla Svezia — no, dal Giappone — arriva una piccola stampante portatile che sta unendo artisti di tutto il mondo. È un gadget, certo, ma è anche la prova che gli strumenti giusti creano comunità. Non gli algoritmi, non le piattaforme: un oggetto fisico, maneggevole, che lascia tracce tangibili su carta. Nell’era dello streaming infinito, c’è qualcosa di commovente in una macchina che stampa.
E infine la Corea del Sud, la cui architettura contemporanea sta attraversando una stagione di eccezionale vivacità. Edifici che lasciano senza fiato — non per gigantismo, ma per intelligenza formale, per la capacità di tenere insieme tradizione e rottura senza diventare citazionismo. Seul non è più una città che importa modelli: li produce.
Messi insieme, questi frammenti dicono una cosa sola: che il presente non sa stare fermo, e che la cultura — con i suoi ritorni, le sue battaglie per i simboli, i suoi artisti esausti e i suoi architetti chiamati lontano da casa — è il luogo in cui il tempo si negozia. Sempre. Anche quando sembra che si stia solo parlando di fumetti.





