
Medio Oriente, guerra senza fine e Europa in allerta
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La morte di Ali Khamenei ha aperto un vuoto che nessun direttorio di transizione può colmare davvero. La Guida Suprema non era solo un capo politico: era il perno teologico e istituzionale dell’intera Repubblica islamica. Senza di lui, il sistema regge per inerzia, non per legittimità. E l’inerzia, in tempo di guerra, è una forma acuta di fragilità.
Il potere è passato provvisoriamente ad Ali Larijani, segretario del Supremo Consiglio della Sicurezza nazionale, scelto dallo stesso Khamenei per guidare il paese nell’eventualità di una guerra finale contro Israele. L’ordine era drastico: superare ogni linea rossa, ridurre Tel Aviv come Gaza City se Netanyahu avesse puntato al cambio di regime. Ma il comandante dei Pasdaran che avrebbe dovuto affiancarlo è stato eliminato nella prima ondata di raid, sostituito dal vice Ahmad Vahidi. È un direttorio debole, formato per sottrazione più che per scelta.
Nel quadro emergono tre anime distinte. Il presidente Pezeshkian, sopravvissuto e ora più centrale nella gerarchia, rappresenta l’ala riformista e tiene aperti i canali diplomatici con Turchia, Pakistan, Cina e Russia. Lo speaker Qalibaf incarna la linea dura: logorare Trump, fermarne i raid, poi regolare i conti con Israele. Sullo sfondo cresce Khademi, capo dell’intelligence dei Pasdaran, scampato alla decapitazione grazie a strumenti di sorveglianza forniti da Pechino.
Per la successione alla Guida Suprema i tempi saranno lunghi. La nomina richiede la convocazione dell’Assemblea degli esperti — un processo simile a un conclave — e il nuovo leader dovrà possedere titoli religiosi riconosciuti. Tra i nomi che circolano: l’ayatollah Sadiq Larijani, considerato il più probabile, il figlio di Khamenei Mojtaba, e Hassan Khomeini, nipote della prima Guida suprema. I tre successori designati in via riservata nel 2025 resteranno nell’ombra fino alla fine del conflitto.
Dall’altra parte dell’Atlantico, Trump gestisce la crisi con il suo stile ondivago. Porta aperta al dialogo e bombe che continuano a cadere. Lo stop ai raid arriverà solo se Teheran farà qualcosa che soddisfi Washington: è pressione negoziale condotta con le armi. L’obiettivo dichiarato è il programma nucleare, ma ciò che manca è una definizione chiara dell’endgame. Si sa come la guerra è cominciata — mesi di lavoro congiunto tra CIA e Mossad, i caccia israeliani decollati all’alba, trenta bombe sull’edificio dove Khamenei era riunito con i vertici del regime — ma non dove finirà. Persino Tom Cotton, repubblicano e presidente della Commissione Intelligence, ammette che non è semplice dire cosa succederà adesso.
L’interrogativo più inquietante riguarda il modello politico che Washington intende perseguire. L’allusione di Trump a buoni candidati per la leadership iraniana evoca lo schema venezuelano: un cambio di vertice nominale che lasci intatti gli equilibri energetici senza produrre vera transizione democratica. È l’incubo di chi teme che la gioventù iraniana venga sacrificata sull’altare del petrolio in un gioco di potere che la riguarda senza includerla.
Il regime è indebolito, non collassato. La finestra è aperta, ma potrebbe chiudersi prima che qualcuno riesca a varcarla.





