
I solchi infuocati. Davvero
4 Maggio 2026
di Pierluigi Piccini
La politica su certe partite è fuori. Non pervenuta. Quando prova a entrare non riesce nemmeno a trovare una sintesi tra di loro. E allora interviene qualcun altro. Non convocato, non eletto, non delegato da nessuno. Semplicemente presente — come lo è sempre stato, come lo sarà. È il momento in cui certi nomi tornano a circolare, certi telefoni tornano a squillare, certi tavoli tornano a riempirsi.
È quello che è successo con la presidenza della Fondazione Monte dei Paschi. Rossi aveva tentato di cambiare lo statuto — rimuovere alcuni impedimenti sull’eleggibilità di determinati profili, allargare la platea dei possibili componenti della governance. Il centrodestra è insorto, definendo la mossa un aggiustamento ad hoc, orientato su qualche nome piuttosto che su una visione del territorio. La proposta è caduta. Dopo Fabrizi — ritiratosi con una lunga lettera — e dopo Rosati, che non aveva trovato convergenza sufficiente, sembrava un vicolo cieco.
E lì è comparso il nome di Coppini. Il notaio Riccardo Coppini è emerso in un incontro informale nel tardo pomeriggio di un giorno qualunque. Mossa pulita, tempismo impeccabile. Chi conosce il gioco lo ha riconosciuto subito. Carlo Rossi è la figura più visibile di questo meccanismo — non l’unica, ma quella che si vede.
Non stupisce che Coppini e Rossi si frequentassero da anni in sedi comuni, quelle che a Siena non fanno notizia perché sono talmente consolidate da sembrare naturali. Luoghi dove il notariato, la curia e le famiglie di tradizione si incontrano nella gestione della carità istituzionalizzata, dove il sacro e il civile non si sono mai separati davvero. Il passaggio di consegne, come ha raccontato lo stesso Coppini, è prima ancora che istituzionale personale: un rapporto di amicizia da senese a senese. Palazzo Sansedoni cambia presidente, non direzione.
Rossi è presidente dell’OPA — e quei presidenti vengono decisi dal ministro di riferimento. Prima, o insieme, o comunque in qualche modo, si sente il vescovo di turno. Certi tavoli non hanno verbali. Quello che si sa è che il nome di Coppini è stato sussurrato dal cardinale, secondo quanto riferito. Lojudice, a nomina avvenuta, ha espresso gli auguri al nuovo presidente e un ringraziamento a Carlo Rossi. Il cerchio si chiude con una benedizione.
Quel che è curioso è la scena che ne è seguita: tutti ci hanno messo il cappello, a destra come a sinistra. Fratelli d’Italia ha salutato la nomina come l’inizio di una fase di rinnovamento. La presidente della Provincia Carletti ha rivendicato il confronto accurato e approfondito. Il sindaco Fabio ha detto di aver cercato una figura condivisa e di garanzia. Peccato che il porta cappelli fosse altrove. Il sindaco ha accompagnato, non guidato. Chi ha appeso il proprio cappello credendo di segnare il territorio ha semplicemente arredato casa d’altri.
Uno per uno, i nomi si leggono meglio. L’ex prefetto Renato Saccone e Filomena Convertito, avvocato ed ex assessore PD nella giunta di Bussagli a Poggibonsi, sono vicini al PD — nessuno lo nasconde, nessuno lo nega. I confermati sono la consolazione del Michelotti: Franco Vaselli in quota Fratelli d’Italia e Monica Barbafiera in quota Lega, qualcosa da mostrare a chi nel centrodestra ha bisogno di una prova che anche stavolta non è andata del tutto a vuoto.
La sostanza non cambia. Cambiano la narrativa, i comunicati, le facce sui giornali. Il gruppo che conta ha ottenuto quello che voleva. Il resto è decorazione.
I partiti non sono stati esclusi — sono stati inclusi, che è peggio. Gli hanno assegnato un ruolo, consegnato le battute, indicato quando applaudire. E loro hanno applaudito. Con convinzione. Perché chi muove il gioco conosce la misura esatta: far scendere la politica in campo quel tanto che basta, non un passo di più. Le lascia la scena, il comunicato, la fotografia sui giornali. In cambio prende la sostanza. La politica accetta — e da tempo non chiede nemmeno le condizioni. Ha abdicato, e nell’abdicazione ha trovato una sua comodità: meno responsabilità, più visibilità. La politica è ormai una cerimonia utile. Non accade solo qui, non accade solo con le nomine in Fondazione. È la forma che il potere ha preso ovunque dove la politica si è ritirata — e si è ritirata quasi ovunque. Quello che resta è una recita collettiva che funziona perché nessuno ha interesse a interromperla. I media registrano, i cittadini commentano, i protagonisti si congratulano a vicenda. Il palcoscenico regge. La commedia continua.
La Fondazione non è un’istituzione come le altre: è il luogo dove altri decidono chi è Siena, chi comanda, e con quale benedizione. Il resto guarda. Finché quella grammatica non cambierà, cambieranno i nomi ma non la sintassi.





