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Il mondo che si riarma e il diplomatico che minaccia
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C’è una certa ironia della storia nel fatto che Donald Trump, l’uomo che ha fatto del dominio assoluto sul Partito Repubblicano la sua cifra politica più riconoscibile, si ritrovi oggi intrappolato nella stessa ragnatela che aveva paralizzato il suo predecessore. Biden aveva Manchin. Trump ha qualcosa di peggio: ha i suoi stessi nemici personali, che siede negli scranni del suo stesso partito, e che adesso aspettano con pazienza il momento della vendetta.
Thom Tillis e Bill Cassidy stanno per andare in pensione, il che li rende politicamente liberi nel senso più pericoloso del termine: liberi di votare contro. John Cornyn potrebbe presto raggiungerli nella condizione di chi non ha più nulla da perdere, spinto fuori dal campo da Trump stesso che ne ha sostenuto l’avversario alle primarie. Lisa Murkowski e Susan Collins completano il quadro: una che Trump non riuscì a sconfiggere nel 2022, l’altra che lotta per la sopravvivenza politica nel Maine. Entrambe lo votarono colpevole dopo il 6 gennaio. Non è una coalizione nata per ideologia, ma per risentimento personale — il che la rende, paradossalmente, più solida di qualsiasi opposizione dottrinale.
Il risultato pratico è già visibile. I leader repubblicani al Senato hanno dovuto ritirare un pacchetto da oltre settanta miliardi di dollari per ICE e Border Patrol perché i voti non c’erano. Peggio ancora: il fondo anti-weaponization da quasi due miliardi, uno dei cavalli di battaglia trumpiani, si è rivelato talmente vulnerabile alle emendazioni democratiche in un eventuale vote-a-rama da diventare un boomerang istituzionale. Schumer, che raramente spreca le parole, ha detto senza giri di frase che quella “corruzione” avrebbe trovato resistenza su ogni fronte procedurale disponibile.
Alla Camera, la scena non è più rassicurante. La leadership repubblicana ha ritirato in extremis un voto sui poteri di guerra in Iran — il primo che avrebbe potuto passare, dopo che Golden, il democratico del Maine finora fedele alle posizioni trumpiane sulla questione, aveva annunciato che avrebbe cambiato voto. Quattro repubblicani erano già schierati a favore della misura. Per guadagnare tempo, i whip hanno tenuto aperto il voto su un provvedimento per un museo delle donne per tre quarti d’ora, manovra che ha fatto infuriare i democratici e che Jared Huffman ha commentato con una franchezza lessicale difficilmente citabile per intero. “Siamo passati dal perdere di uno a pareggiare la settimana scorsa a questo ridicolo ritiro,” ha detto. La traduzione politica è brutale: la maggioranza si sta sgretolando ai margini, e Johnson può permettersi appena una manciata di defezioni prima che ogni voto diventi una roulette.
Eppure sarebbe un errore leggere tutto questo come il declino di Trump. La storia insegna che ogni presidente moderno ha incontrato il suo momento di frizione interna: Bush vide i suoi tagli fiscali ridimensionati e poi perse il Senato quando Jeffords cambiò partito; Obama guardò Lieberman affossare l’opzione pubblica nella riforma sanitaria e poi vide il suo piano sul clima naufragare in un Senato che controllava con quarantanove seggi di vantaggio. E Trump stesso aveva già vissuto il famoso pollice verso di McCain che seppellì il tentativo di abolire l’Obamacare.
La differenza di questa fase è che le tensioni non vengono dall’ideologia ma dal carattere. Trump ha costruito la sua egemonia sul partito attraverso la lealtà personale e la minaccia delle primarie. Funziona finché i destinatari della minaccia hanno qualcosa da perdere. Quando non ce l’hanno più, la minaccia si rovescia: chi non ha futuro politico da difendere diventa il più pericoloso degli avversari, perché può permettersi di dire di no senza calcolo.
Il senatore Hoeven del North Dakota ha usato la formula diplomatica di rito: “Servono solo più tempo e dialogo.” Traduzione meno diplomatica: il pacchetto della riconciliazione non è morto, ma dovrà passare attraverso una negoziazione che Trump non ha mai amato e che i suoi alleati più fedeli non sanno fare. La pazienza, la creatività, il compromesso — le tre virtù che i commentatori indicano come necessarie — sono esattamente le tre virtù che questa amministrazione ha sistematicamente coltivato meno.
Il re non è caduto. Ma zoppica. E in politica, come insegnano tutte le corti della storia, il momento in cui il re zoppica è anche il momento in cui i cortigiani smettono di nascondere le proprie ambizioni.





