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C’è una vecchia regola del giornalismo africano: le notizie che sembrano locali sono spesso globali, e quelle che sembrano globali non capiscono nulla del locale. La settimana appena trascorsa ne offre una dimostrazione quasi didattica, con nove storie che si intrecciano sotto la superficie come radici di uno stesso albero malato — o, a seconda dei punti di vista, di uno stesso albero che cerca ostinatamente di crescere.
Partiamo dal Nord. Kidal, la città fantasma del Mali settentrionale, “sempre in guerra” secondo chi la conosce, non è mai uscita dall’orbita della ribellione tuareg e jihadista. Il reportage che arriva da lì racconta una capitale ribelle che ha smesso di fare notizia proprio mentre continuava a bruciare. È il destino di certi conflitti africani: diventano invisibili non perché finiscano, ma perché i cicli mediatici si spostano altrove. Nel frattempo, l’asse tra Dakar e Bamako — uno dei corridoi commerciali più vitali dell’Africa occidentale — è interrotto. Senegal e Mali si guardano con sospetto crescente, e il traffico merci ne porta le conseguenze dirette. La geopolitica del Sahel si riassume sempre più in questo paradosso: paesi confinanti che non si parlano, linee di rifornimento spezzate, popolazioni che pagano il prezzo di tensioni diplomatiche costruite lontano da loro.
Sul piano della governance, il caso Oragroup merita attenzione. Il gruppo bancario panafricano mostra un rimbalzo contabile che non risolve nulla sul piano della crisi di gestione interna. È una storia che conosce bene chiunque abbia frequentato i bilanci delle istituzioni finanziarie africane: i numeri possono tornare senza che torni la fiducia, e la fiducia è l’unica valuta che davvero conta nel credito. Qualcosa di simile, ma su scala continentale, racconta la candidatura di Coumba Ba alla guida dell’OIF, l’Organisation Internationale de la Francophonie. La mauritana sfida apertamente il Rwanda e la Repubblica Democratica del Congo, e la sua candidatura è già di per sé un fatto politico: significa che non c’è più un candidato naturale nella Francofonia, che il campo è aperto, e che le geometrie del soft power francese in Africa si stanno ridisegnando con una velocità che Parigi stenta a governare.
Di Parigi, d’altronde, si parla anche nella storia più complessa della settimana: il debito del Senegal e il triangolo riservato tra Diomaye Faye, Macron e il Fondo Monetario Internazionale. Le “coulisses” — come le chiama il reportage — di quella trattativa descrivono un paese che ha cambiato governo e retorica senza cambiare la struttura del proprio vincolo esterno. Diomaye Faye ha vinto con un programma di sovranità economica; governa con i margini che il FMI gli concede. Non è una contraddizione unica nel suo genere: è la condizione normale di buona parte dell’Africa subsahariana, dove la sovranità formale convive con la dipendenza sostanziale. Macron, in questa partita, non è l’ex colonizzatore ma il garante diplomatico di un sistema che ha tutto l’interesse a presentarsi come tecnico e neutrale.
Restando in Côte d’Ivoire, Gbagbo si ritira senza andarsene. La formula è stata usata da molti osservatori, ma vale la pena di soffermarci: al PPA-CI, il partito che porta il suo marchio, l’ex presidente gestisce la propria successione senza cederla davvero. È il potere nella sua forma più classicamente africana — e non solo africana: il leader che si fa da parte restando al centro, che nomina senza investire, che conserva il filo invisibile del controllo mentre lascia ad altri la fatica della rappresentanza. Una variante gattopardesca che attraversa i continenti.
Due storie, infine, rimandano direttamente alla questione del denaro e del potere personale. Pape Malick Ndour, ex ministro di Macky Sall, risponde di fronte alla giustizia senegalese di accuse che ancora una volta mettono al centro la gestione opaca delle risorse pubbliche nel ciclo precedente. La nuova magistratura senegalese — o almeno la sua narrazione — si presenta come strumento di discontinuità; resta da vedere se lo sarà anche nei confronti del potere attuale, quando e se sarà necessario. E poi c’è Aliko Dangote, l’uomo più ricco d’Africa, che testa l’appetito dei fondi pensione internazionali per la quotazione in borsa della sua raffineria di Lagos. È la storia più ottimista della settimana, se si vuole: un capitalista africano che cerca capitale africano e occidentale per un’infrastruttura africana. Ma è anche la storia più ambigua, perché Dangote incarna sia la promessa dell’industrializzazione continentale sia la sua versione oligarchica, dove il mercato ha il volto di un solo uomo.
Nove storie, un continente. L’Africa che questa settimana emerge dai dispacci non è né la terra del caos né il gigante che si risveglia della retorica ottimistica degli anni Duemila. È qualcosa di più complicato e più onesto: un insieme di società che negoziano in tempo reale tra eredità coloniali, pressioni esterne, élites nazionali e popolazioni che aspettano ancora di essere davvero il soggetto — e non l’oggetto — della storia.





