Dell’ipertrofico festival di Cannes il Concorso non è più da tempo stella cometa, ma conserva il ruolo di cuore antico in grado di propellere e di galvanizzare. Ancora una volta a procurare emozioni e sobbalzi sono stati registi con suffragata cittadinanza cannense come Hamaguchi, Pawlikowski, Gray, tuttavia qualche colpo d’ala l’hanno battuto autori meno blasonati ma sicuri come Sorogoyen e Zvyagintsev, mentre i barlumi del nuovo sono apparsi per lo più fuochi fatui. Non sono mancate delusioni e perplessità che magari l’insindacabile arbitrio del pubblico s’incaricherà, domani, di sanare.
Per una strana coincidenza la New York della fine degli anni Ottanta ha offerto il set per due opere diversamente efficaci: da un lato, il Queens delle comunità ebraiche dell’Est Europa, a cui James Gray torna dopo digressioni spaziali e amazzoniche; dall’altro, la Manhattan del milieu omosessuale-teatrale cui è fedele da tempo Ira Sachs. In Paper tiger Gray incrocia i grovigli tragici di Little Odessa e di The Yards con le rimembranze familiari del più recente Armageddon Time per mettere in scena, nei termini di un doloroso melodramma, l’ennesimo infrangersi del sogno americano. Fratelli, famiglia, onore e morte in uno splendido déjà vu illuminato dalle interpretazioni di Adam Driver e Scarlett Johansson: l’impronta di Gray è vivida a conferma di una grandezza cinematografica che ha radici lontane. In The man I love Sachs, attraverso il personaggio di un attore (Rami Malek, manierato), condensa il mix di piacere, eccitazione e paura che agitava la comunità gay dell’East Village ai bordi della tragedia dell’Aids. Il racconto è asciutto, essenziale, aderente ai modelli della tradizione indipendente newyorkese.
Nel gridare alla lesa maestà del cinema italiano per la nostra totale assenza è stata sottolineata la generosa accoglienza riservata alla Spagna. Almodóvar (senza patronimico) con Amarga Navidad firma un’opera di autofinzione che s’avvicina a Dolore e gloria per soggetto, ma se ne allontana per i colori ricchi e caldi di un Natale quanto mai estivo. Da sempre abile nel tenersi in equilibrio tra arte e vita, qui il doppio di Pedro (Raùl) accentua l’osmosi e in un gioco di ripetuti riflessi si rappresenta nei personaggi che, in assenza d’ispirazione, ha rubato alla vita altrui. Forse lecito ma pericoloso, visto che le figure generate dai tasti del computer rivendicano un’autonomia in contrasto con la coerenza della sceneggiatura. Passato e presente si alternano, a tratti freneticamente, sicché la narrazione, sebbene abbondi in suggestione, pecca in fluidità. Nonostante il fascino dell’invenzione debordante, alla fine, rispetto ai sedimenti dell’ultima maturità ci si ritrova a rimpiangere la sensualità giocosa e malinconica dell’altro Almodóvar.
Javier Bardem, che a quell’universo deve i suoi inizi, è l’interprete mattatore di El ser querido in cui Rodrigo Sorogoyen (As bestas) conferma l’organica dinamicità dei film precedenti: un celebre tracotante regista offre alla figlia, che non vede da molti anni, la parte da protagonista. La proposta, più manipolatrice che spontanea, permette la decrittazione di una tossica paternità persistente, rafforzata dal clima del set raffigurato – una tantum – come sporca e cattiva officina dominata da un despota prevaricatore. Sorogoyen mescola formati cinematografici e digitali, bianco e nero e colore, nel tentativo d’infondere allo schermo un perduto vigore. Scelta commovente da parte di chi s’è imposto al grande pubblico con la serie tv Dieci capodanni.
Ambizioso ma esorbitante, infine, La bola negra in cui Javier Calvo e Javier Ambrossi, attraverso le peripezie del manoscritto incompiuto di García Lorca, tessono la trama degli osteggiati rapporti tra la società spagnola e la cultura omosessuale.
Ambientato in una piccola città di provincia, agli inizi del 2022, Minotaur è un imprevedibile thriller noir con cui Andrei Zvyagintsev (Loveless, Leviathan) ritrae, attraverso lo spaccato del borgo, la disillusione e la paura di una nazione trascinata in una guerra che pochi condividono e nessuno osa contrastare. Il piccolo oligarca corrotto che fa arruolare i propri impiegati e affronta brutalmente l’infedeltà della moglie sembra uscito dalle pagine gogoliane delle Anime morte, appena ammodernate. Zvyagintsev filma (in Lettonia) lo squallore di strade e quartieri con la geometrica freddezza di Kandinsky.
Il cinema francese onnipresente in termini finanziari (quasi il 50% di tutto il festival) ha lasciato il segno nella competizione attraverso due film, Moulin e Notre salut, che in comune hanno la cornice del regime petainiano di Vichy: una collocazione storica significativamente ricorrente anche in opere Fuori concorso come La bataille de Gaulle (Baudry), La troisième nuit (Auteuil). Nel primo, l’ungherese Nemes rievoca con qualche accademismo la figura dell’omonimo eroe della Resistenza torturato e ridotto in fin di vita dal boia di Lione, Barbie. La stupefacente interpretazione di Gilles Lellouche permette di evitare la retorica. Molto più innovativo e moderno è apparso Notre salut, resoconto sarcastico di un travet, teorico dell’efficienza, che nel governo di Vichy vede un’irrinunciabile opportunità personale. Il tono anticonvenzionale adottato da Emanuel Marre, che s’ è ispirato alle memorie di un avo, rende del tutto particolare una sorta di banalità del male in chiave transalpina.
A sorpresa, Hirokazu Kore-Eda e Cristian Mungiu, già celebrate palme d’oro, non hanno, invece, corrisposto alle aspettative. Il giapponese Kore-Eda (ottava presenza in competizione), già sottile narratore di legami familiari e di tormenti adolescenziali, in Sheep in the box (allusione al Piccolo Principe), pone al centro una giovane coppia che per lenire il dolore e riempire il vuoto lasciato dal figlio scomparso acquista un robot dalle fattezze umane, identico al bambino perduto. La favola avveniristica si rivela però insipida e dolciastra: l’alternanza di situazioni comiche e tragiche non impedisce al sentimentalismo di minare la forza di riflessioni filosofiche sottese. Anche Mungiu compie un passo falso. In Fjord il dolore e il trauma della famiglia tradizionale rumena, messa a confronto con la rigidità delle istituzioni scolastiche norvegesi pronte a sottrarre i figli, non sono trattati con quella complessità che abbiamo imparato a rintracciare in molti dei suoi film precedenti.
Per tradizione, da tempo, nella competizione viene inserita una pellicola ad alta e rischiosa spettacolarità. Hope del sudcoreano Na Hong-jin (The medium), a metà strada tra un’opera rock’n’roll e un thriller fantascientifico, intrattiene mescolando scaltramente effetti digitali superlativi con inseguimenti e carneficine del vecchio analogico. L’annuncio del sequel ne assicura il successo.







