
L’open space e la pagina chiusa
15 Giugno 2026
Non scrivo ancora che il Monte è perso. Mi do qualche giorno. Ma la via la vedo stretta
15 Giugno 2026
Forza Italia Siena chiede tutela per la banca. Ma niente è ancora deciso — ed è proprio questo che rende la richiesta un alibi.
C’è un soccorso che arriva sempre un attimo dopo il danno, e che del danno è la prova più sicura. Il vicepremier aveva parlato, e aveva parlato male: niente golden power, governo che “ha gestito bene”, l’Eurozona, l’export, il quaranta per cento del Pil — e di Siena, sotto il cui nome pure l’intervista era incolonnata, nemmeno una sillaba. Ripose lo scudo e girò lo sguardo altrove. Ora, a stretto giro, i segretari senesi del suo stesso partito intervengono per riparare. Conviene leggere la loro nota con attenzione, perché è un documento istruttivo: non perché chiuda una partita, ma perché mostra come la si possa perdere mentre è ancora aperta.
Vi compare tutto il lessico che a Tajani era mancato: la città, i lavoratori, il “patrimonio economico, culturale e sociale” di oltre cinque secoli, il “cordone ombelicale” tra banca e territorio, il nome di Siena come “elemento identitario, distintivo e inscindibile”. Dove il ministro aveva nazionalizzato la lingua fino a cancellare il luogo, i segretari riterritorializzano fino all’enfasi. Il movimento è esattamente rovesciato. Ma è rovesciato soltanto nelle parole, perché là dove conta — il piano degli strumenti — la posizione è la medesima. Il vicepremier aveva troppa bandiera e nessuna leva; loro aggiungono altra bandiera senza poterne offrire alcuna. Non colmano il vuoto aperto a Roma: lo decorano da Siena.
E qui la cosa si mostra per quello che è, e si mostra a prescindere da come andrà a finire. Una nota di segreteria ha la forma grammaticale della richiesta — “chiediamo che venga mantenuta a Siena la direzione generale”, “chiediamo che le sinergie non si traducano in penalizzazioni” — e la forza politica del desiderio. È rivolta a chi? Agli attori che decidono altrove, in un consiglio che si riunisce lontano, secondo numeri concepiti lontano, e che a un segretario provinciale non devono nulla. Quella richiesta non vincola, non sospende, non protegge: produce un atto soltanto, il verbale di aver chiesto. Ed è la struttura stessa dell’alibi — la prova documentale della propria presenza sulla scena, registrata mentre la decisione corre dove vuole.
Si osservi poi cosa, esattamente, si difenda. I segretari si battono perché “il nome Siena” resti “inscindibile” da quello del Monte. Si battono, cioè, per il nome. E sulla cosa? Sulla cosa non aprono alcun fronte: non contestano l’aggregazione, ne accettano l’impianto, chiedono soltanto che le sinergie “non si traducano in penalizzazioni”. Negoziano le condizioni dell’assorbimento, non l’assorbimento. Reclamano come indissolubile l’unico legame che non costa nulla recidere — un’etichetta — e lasciano correre l’unico legame che conterebbe, il potere di decidere a casa propria. È una difesa che protegge il timbro e cede la pagina.
Tutto questo sarebbe soltanto malinconico, se la partita fosse chiusa. Ma non lo è, e qui sta il punto che andava detto con onestà. Niente è ancora deciso: l’offerta è in corso, e un’offerta in corso non è un esito; le autorità — Consob, Bce, Banca d’Italia, Agcm — devono ancora pronunciarsi; e il “non credo proprio” del ministro sul golden power è un’opinione, non una rinuncia. Lo scudo è stato riposto, non abolito: resta nel cassetto, e un cassetto si può riaprire. La leva esiste. Qualcuno potrebbe ancora impugnarla. Proprio perché la cosa non è perduta, scegliere di difendere soltanto il nome è, appunto, una scelta — la scelta di accompagnare alla porta ciò che si potrebbe ancora trattenere.
Restano allora due livelli, separati apposta. Il livello che avrebbe lo strumento — il golden power, la leva vera — ha dichiarato di non volersene servire, e su Siena ha taciuto. Il livello che alza la voce per Siena non ha strumento alcuno, e con la voce sola chiede a chi non ascolta. Finché gli atti degli enti locali, e prima ancora le buone intenzioni di chi li accompagna, non trovano una sponda nazionale, non entrano nella partita: restano forme di alibi, parole spese per il verbale. In mezzo c’è la città — nominata da chi non può farci niente, ignorata da chi potrebbe. Non è ancora perduta. È proprio per questo che difenderne soltanto il nome significa rassegnarsi a perderla, e con stile: chiedere tutela per il timbro in cima alla colonna, dopo aver lasciato in bianco la firma in fondo, là dove ancora si potrebbe scrivere altro.





