
Skunk Anansie Hedonism
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L’alibi
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Accolgo volentieri il confronto, anche — soprattutto — con chi non la pensa come me. Chiedo una cosa sola: che, prima di criticarmi, mi si legga e mi si citi per ciò che ho davvero scritto.
In risposta a «Idee in Comune – Comunità Monitorante».
Esiste a Siena una politica che ha fatto dell’ascolto la propria insegna. Tavoli aperti, niente palchi, nessun simbolo, la volontà che affiora dal basso, il cittadino restituito al centro della scena. Cosa nobile, e lo dico senza ironia. L’ironia comincia un attimo dopo: quando questa politica dell’ascolto totale viene chiamata ad ascoltare una cosa sola — un articolo, un unico interlocutore che dissente — e scopre di non saperlo fare. Apre cento tavoli e non riesce ad aprire una pagina.
L’appunto, del resto, porta una firma impegnativa: «Idee in Comune – Comunità Monitorante». Una comunità che si propone di vigilare, di controllare, di tenere d’occhio — proposito eccellente. Se non che il primo dovere di chi monitora è leggere con attenzione ciò che intende sorvegliare; ed è proprio quel dovere, qui, a essere rimasto inevaso.
Non chiedo che mi diano ragione: sarebbe pretendere troppo, e per giunta è la cosa meno interessante del mondo. Chiedo soltanto di essere riferito per quello che ho scritto. È la soglia minima di ogni confronto serio — riconoscere con esattezza la posizione dell’altro, prima di prenderla a bersaglio — ed è anche la più disattesa, perché è la più faticosa. Una caricatura si abbatte in due righe; un argomento riportato per intero costringe a leggerlo davvero, e magari a perdere.
Vediamoli, allora, questi pochi punti: non per rivendicare, ma per misurare la distanza tra ciò che ho scritto e ciò che mi si fa dire. Mi si rimprovera di non essermi accorto di vivere nel 2026, di credere le elezioni politiche lontane tre anni. Tenerezza. Nel mio pezzo la sequenza stava scritta in lettere tonde: congresso nel 2026, politiche nel 2027, comunali di Siena nel 2028. Le politiche fra un anno — esattamente la data che i miei correttori sventolano come una loro scoperta. Quel “tre anni” indicava l’arco intero, fino al voto cittadino del 2028. A non aver letto il calendario, dunque, è stato qualcun altro.
Mi si disegna poi come l’uomo che aborre ogni partecipazione, l’aristocratico chiuso nella torre dei Prìncipi illuminati. Ritratto suggestivo. Sarebbe bastato, per smentirlo, compiere il più elementare degli atti partecipativi: aprire una pagina e leggerla. Vi si sarebbero trovati anni di scritti sulla sovranità democratica erosa, sulla comunità che deve darsi da sé le proprie istituzioni, sull’articolo 3 della Costituzione e il dovere di rendere effettiva la partecipazione; e perfino, due settimane prima del loro intervento, una riflessione sugli ottant’anni della Costituente. Mi accusano di trascurare proprio ciò di cui mi occupo da una vita.
C’è infine il punto del metodo, e qui si tradiscono del tutto. Alla mia analisi di un dispositivo — l’open space che dissolve i simboli e rinvia all’infinito la scelta — rispondono esibendo la loro nuova Carta dei Valori, il nuovo statuto, l’archiviazione del vaffa. Ma una Carta dei Valori è esattamente uno di quei simboli che il tavolo aperto è costruito per mettere tra parentesi: brandirla contro un discorso sul metodo significa portare in dote proprio l’oggetto che il metodo scioglie. E c’è un dettaglio minimo, quasi comico, che però dice tutto: dentro una mia frase virgolettata hanno infilato un loro inciso sarcastico, come se l’avessi scritto io. Mettere le proprie parole tra le virgolette altrui non è citare: è l’esatto contrario del citare.
Qui finisce la commedia e comincia la cosa seria. Ogni tradizione che abbia preso sul serio la decisione comune — l’assemblea radunata sotto un albero, il consiglio che delibera, il cerchio che discute finché non lega le voci in una scelta — riposa su una sola disciplina: ascoltare per davvero prima di rispondere. E riferire fedelmente l’altro è il primo gesto dell’ascolto, non un suo accessorio. Una politica che si proclama erede di quella disciplina, e poi non legge le date, non apre il blog, non distingue un metodo da uno statuto e mette parole proprie in bocca all’avversario, non perde credibilità perché qualcuno l’ha aggredita: la perde da sé. Dimostra, in un solo articolo, che “partecipazione”, per lei, è una parola e non una pratica. E chi non sa leggere un avversario, difficilmente saprà ascoltare un cittadino.
Mi hanno congedato con un latino storpiato: video peiora, pessima sequor. Restituisco l’originale, quello vero: video meliora proboque, deteriora sequor. Vedo il meglio, lo approvo, e seguo il peggio. È la loro divisa, non la mia: avevano davanti il modo migliore di rispondere — leggere, verificare, discutere nel merito — e hanno scelto il peggiore.
Del resto, facciano pure. Se credono in ciò che fanno, se sono certi di possedere la verità — quella sola, quella che non tollera le altre — proseguano per la loro strada: io ne prendo atto, senza rancore. Chiedo due cose soltanto, e nessuna è grande. La prima, che lascino liberi quelli che la pensano diversamente, perché una verità che ha bisogno di zittire le altre ha già cominciato, un poco, a non essere più vera. La seconda, ancora più piccola, che leggano con attenzione ciò che vogliono criticare.
Perché il confronto, io, lo desidero. Anche aspro, anche con chi non mi somiglia in nulla — anzi, soprattutto con lui: è dall’attrito, non dallo specchio, che nasce un pensiero. Il tavolo, da questa parte, è aperto davvero, e non da oggi. Manca una cosa sola perché ci si possa sedere insieme: citarmi per quello che ho scritto. È un invito, non un lamento. E chi lo rifiuta, ormai, si qualifica da sé.





