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Il dato è netto: la provincia con l’inflazione più alta d’Italia, un rialzo del 3,8 per cento in un trimestre, oltre mille euro l’anno sulle spalle di una famiglia media. Andrebbe però letto accanto a un secondo dato che pochi metteranno in relazione con il primo: la stessa provincia è medaglia d’argento nazionale per la crescita della cassa integrazione, +322 per cento dal 2023, con più di millecinquecento posti di lavoro che si dissolvono. È qui, in questa coincidenza, la vera notizia. Non nel primato, che fa titolo per un giorno, ma nell’anomalia che lo regge.
L’inflazione, di norma, è il sintomo di un’economia che scotta: domanda che corre, salari che salgono, consumi che tirano. A Siena accade l’opposto. I prezzi corrono mentre la base produttiva si raffredda, il lavoro si fa precario, le persone che bussano alla Caritas aumentano. Una città che s’impoverisce e che, al tempo stesso, diventa più cara. Chiamarla forbice, come fa giustamente la segretaria della Cgil, è esatto ma rischia di restare metafora se non se ne indaga il meccanismo. La forbice non è un incidente congiunturale: è la forma che ha preso, sul territorio, un processo lungo.
Conviene sgombrare il campo da una lettura comoda. La componente monetaria dell’inflazione — quella decisa altrove, nelle politiche dei tassi e nei prezzi dell’energia — è comune a tutti, a Trapani come a Rimini. Ciò che è specificamente senese è il differenziale: perché qui di più che altrove. E il differenziale non si spiega con la sfortuna del momento. Si spiega con la struttura.
Siena ha vissuto per decenni dentro una sproporzione benefica: una grande banca teneva il livello dei redditi, della committenza, della spesa, della filantropia molto al di sopra di quanto la base produttiva del territorio avrebbe da sola consentito. Era un’economia che girava intorno a un cuore che pompava più di quanto il corpo, da solo, sapesse generare. Quel cuore si è progressivamente staccato. E ciò che resta, una volta ritirato il moltiplicatore, è una geometria sbilenca: una struttura dei prezzi ereditata dagli anni dell’abbondanza e una struttura dei redditi che non la sostiene più. La città continua a costare come quando era ricca, ma non lo è più allo stesso modo.
Sopra questa eredità si è installata l’economia che ha preso il posto di quella vecchia: la rendita turistica, i servizi, la città d’arte. Un’economia che fissa i prezzi su chi passa, non su chi resta. Il carrello del residente compete con il portafoglio del visitatore, e lo perde. In un mercato piccolo, geograficamente chiuso, con pochi operatori e costi logistici alti, i prezzi sono rigidi verso l’alto: una volta saliti, non scendono. La bellezza, che è la risorsa, diventa anche la trappola — perché un luogo che si fa pagare per quello che mostra finisce per essere inabitabile da chi quel luogo lo tiene in piedi ogni giorno.
A questo punto il nodo bancario, evocato quasi di sfuggita come «rischio», smette di essere uno scenario esterno e diventa il vertice del ragionamento. Da trent’anni la banca non è più strumento della città: porta il nome di Siena e risponde a logiche che a Siena non nascono e a Siena non si fermano. L’operazione in corso non aggiunge un rischio in più all’elenco: ne è la conclusione coerente. Se anche le funzioni di sede, l’occupazione qualificata, l’indotto migrano, viene meno l’ultimo contrappeso alla deriva rentier. Allora l’inflazione non sarà più il primato da commentare una volta l’anno: sarà il clima permanente di un territorio che consuma più di quanto produce e si prezza per qualcun altro.
C’è, in fondo, una questione che precede l’economia e la regge. Un territorio non è soltanto un mercato: è un metabolismo, una circolazione tra ciò che produce, ciò che guadagna, ciò che spende e ciò che trattiene. Quando il valore viene catturato a monte e altrove, e il corpo locale ne paga il conto a valle, quella circolazione si è interrotta. L’inflazione, letta così, non è la malattia: è la febbre che la segnala. Misurare la temperatura ogni mese e stilare classifiche serve a poco se non si nomina l’infezione.
L’appello all’unità e alla coesione che viene da Cgil e Cisl è giusto e necessario, ma resta corto se si ferma al mutuo soccorso. Tenere insieme chi soffre è doveroso; non è una politica economica. Ciò che manca è un progetto che ricostruisca una funzione produttiva propria, una ragione per cui valga la pena vivere e lavorare qui e non solo visitarlo. La scommessa, pur timida, sui giovani imprenditori è il segnale di una consapevolezza che cerca ancora la sua misura, e che resta incongrua rispetto alla portata del problema.
La vera domanda non è quanto costerà la spesa il prossimo mese. È se Siena saprà tornare a essere un luogo che produce il proprio valore, o se si rassegnerà a restare un bel nome che si fa pagare caro — soprattutto da chi lo abita.





