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«Prima di due parti»
- Il nome e la cosa
di Pierluigi Piccini
La proposta di delibera n. 25 non ritocca uno strumento: ne sostituisce la natura. La Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala esce dal Terzo Settore per entrare nel perimetro dell’ente in controllo pubblico, e la chiameranno operazione tecnica. Tecnica lo è solo nella forma. Nella sostanza è una scelta di civiltà, e per misurarla bisogna prima ricordare cosa, con quel passaggio, si butta via.
Il Terzo Settore non era una targhetta fiscale: portava con sé una visione della socialità, e una visione preziosa. Era la forma italiana di un principio costituzionale — la sussidiarietà orizzontale dell’articolo 118 — e di una stagione europea che ha riconosciuto nell’economia sociale un modo di amministrare il bene comune alternativo sia al mercato sia al comando. La Corte costituzionale, con la sentenza 131 del 2020, ha consacrato l’«amministrazione condivisa», la co-programmazione e la co-progettazione tra pubblico e corpi sociali come modello legittimo e pieno. E non era teoria astratta: il vecchio statuto, all’articolo 2, si ancorava espressamente alla Convenzione di Faro — la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, firmata nel 2005 e ratificata dall’Italia con la legge 133 del 2020 — assumendone il cuore, la nozione di «comunità patrimoniale»: l’insieme di chi riconosce un patrimonio come proprio e, dentro l’azione pubblica, se ne prende cura per trasmetterlo. È l’idea che un bene non si custodisce contro la comunità, né sopra di essa, ma con essa.
E qui c’è ciò che dovrebbe fermare ogni senese prima di firmare. Quella visione non era un innesto straniero: era il volto più antico di Siena. Il Santa Maria della Scala è nato esattamente così — non come museo, ma come casa della socialità: spedale dei pellegrini sulla Francigena, rifugio dei malati e dei poveri, padre dei gettatelli che la città cresceva come figli propri, tenuto in piedi per secoli dai lasciti, dalle confraternite, dal lavoro degli oblati, dalla cura di una comunità che fra quelle mura riconosceva se stessa. Le storie che Domenico di Bartolo dipinse nel Pellegrinaio non dicono altro: l’accoglienza come opera di tutti. Adottare oggi il modello della comunità patrimoniale non sarebbe stato un esperimento alla moda, ma un ritorno — una grande innovazione giuridica in perfetta sintonia con il sentire antico di Siena, la forma moderna di ciò che lo Spedale è stato per mille anni. Lasciar cadere quella strada — e si badi, non la sigla «ETS», che con la natura di ente in controllo pubblico aveva una reale incompatibilità, ma la visione che vi abitava dentro — non è un aggiornamento tecnico. È recidere l’istituzione dalla sua anima.
E c’è un di più, che oggi suona quasi come profezia: quel modello teneva la gestione a distanza dalla presenza politica, non per pudore ma per architettura — l’ente del Terzo Settore risponde a un corpo sociale e a un registro pubblico, non al solo soggetto che lo nomina. La lontananza dalla politica non era un difetto da correggere. Era il pregio.
E già oggi se ne vede il segno. Il richiamo alla Convenzione di Faro e alla «comunità patrimoniale» sopravvive perfino nel nuovo articolo 2, ma è un richiamo orfano, perché attorno gli si è smontato tutto ciò che lo rendeva praticabile. Si tiene il nome e si perde la cosa. Ed è qui che il vizio diventa senese fino in fondo, perché i nomi sono l’unica cosa a cui Siena tiene davvero: l’ho mostrato per il Monte, vale identico per lo Spedale — si difende l’etichetta e si lascia andare la sostanza. Come quella sostanza venga smontata, articolo per articolo, è la seconda metà di questa storia. È un lavoro più freddo, da fare con il codice in mano. Ma è lì che si vede il progetto.
«Segue domani: II. Come Nicodemo.»





