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24 Maggio 2026Giovanni Testori e Roberto Longhi Le sessantadue missive 1951-’69 dell’allievo milanese al maestro indicano un legame complesso che sborda dalle passioni figurative per farsi affidamento totale
Esce finalmente – dopo oltre vent’anni di elaborazione, con le amorevoli cure di Davide Dall’Ombra – il carteggio Testori-Longhi (le missive di quest’ultimo sembrano perdute): Giovanni Testori, Con Roberto Longhi Lettere e scritti (Feltrinelli «Comete», pp. 671, euro 45,00). Sono sessantadue lettere commentate singolarmente, tramite una nota discorsiva, come ha fatto Dante Isella per la corrispondenza Contini-Montale. Il rapporto epistolare si snoda per diciotto anni, dal 1951 al 1969. La scena madre, ripercorsa ormai molte volte dall’esegesi testoriana, è l’incontro tra i due alla mostra caravaggesca del 1951, a Palazzo Reale, a Milano, dove Longhi, curatore, accetta il ruolo di maestro putativo, ormai passati i sessanta, dell’allievo ventottenne, che già da adolescente aveva incominciato a leggerlo. La conclusione, nel ferragosto del 1969 (Longhi morirà il 3 giugno dell’anno dopo), ripercorre gli esordi del rapporto, rievocando le polemiche suscitate dal primo articolo di Testori, apparso nel 1952 su «Paragone», la rivista storico-artistica e letteraria fondata nel 1950 da Longhi e dalla moglie Anna Banti: Testori chiede a Longhi di poter evocare i dissensi suscitati allora con uno scritto su Francesco Cairo, perché vuole riproporre quello stesso tono in un intervento su Fra Galgario, a conferma di una relazione che anche sull’aspetto polemico trovava consenso.
Il legame in realtà è più complesso; non si parla solo di storia dell’arte, di attribuzioni o dei primi passi di Testori come studioso e curatore di mostre, ma lo scrittore di Novate si affida completamente al maestro, sottoponendogli idee, manoscritti, considerazioni sulla società (soprattutto quella milanese): l’unico aspetto che manca è quello affettivo-personale, che emerge solo dall’ultima lettera con i saluti anche da parte del compagno Alain Toubas. Diversamente, Federico Zeri, quasi coetaneo di Testori, aveva tentato, nella sua corrispondenza con Longhi, confidenze, subito scoraggiate, sul tema sentimentale-amoroso.
Tante sono le indicazioni che emergono da questo carteggio: titoli diversi per romanzi o raccolte in corso d’opera, anticipazioni cronologiche di testi, per esempio, per il dramma Erodiade (1969), già in cantiere dal gennaio 1952, a ridosso del primo articolo su Cairo, il pittore autore di tante Erodiadi, e soprattutto l’anticipazione di Nebbia al Giambellino, uscito postumo nel 1995, che si è a lungo creduto, a torto, la conclusione del ciclo «I segreti di Milano» (1958-’61), ma che invece lo precede.
Si profila fino dalle prime lettere una sorta di gruppo milanese con Ennio Morlotti, che manda, tramite Testori, i propri saluti al maestro. Il pittore brianzolo, che verrà sdoganato dallo stesso Testori su «Paragone», è strappato dal Gruppo degli Otto di Lionello Venturi per essere arruolato nelle file longhiane, anche da Francesco Arcangeli e da Carlo Volpe.
Il pentolone comincia a bollire: mattina, «anche col caldo di luglio», Testori fa ricerca, pomeriggio lavora sul romanzo. Si segue così lo scrittore esordiente ne «I gettoni» Einaudi di Vittorini (novembre 1954) con Il dio di Roserio, poco prima c’è la Mostra di Pier Francesco Guala al Centro Culturale Olivetti di Ivrea (dal maggio 1954 e poi al Castello Sforzesco di Milano) e prima ancora la delega esecutiva, da parte di Longhi, alla curatela del catalogo della mostra aperta nell’aprile del 1953 I pittori della realtà in Lombardia insieme a Renata Cipriani, la sodale di sempre che aveva studiato come Testori in Cattolica.
Col professore Testori è molto esplicito, parla di trattare a «sberle e calci in culo»; una delle protagoniste dei «Segreti di Milano», quella che sarà la Gilda, è prima la Niagara «devastatrice di cuori, o forse meglio, di uccelli». Parafrasa la celeberrima boutade longhiana «Buona notte, signor Fattori» con una buona notte a Picasso, in occasione della mostra monografica a Palazzo Reale, a Milano (settembre 1953): un cambio di rotta rispetto agli esordi picassiani come pittore, criticati da Fernanda Wittgens, la mitica direttrice di Brera, di cui esce un ritratto non in linea con l’agiografia montata in questi ultimi anni e culminata nella dedica del bar della pinacoteca braidense.
Ci sono poi i regali: Testori dona, o fa da tramite per doni, quadri a Longhi: di Guala, Morlotti e dell’antiquario pittore Geo Poletti, uno dei fascinosi Tennis che finiranno, con un testo di Testori stesso (siamo nel 1962), anche su «Paragone», tra gli sdegni di Carla Lonzi. Che la vita e la cultura siano per Testori tutte impastate insieme, impossibili da scindere, e che le due cose procedano rapidamente, con un vitalismo frenetico, lo si capisce dal linguaggio delle lettere che, a volte, si fa concitato. Testori abita nell’hinterland milanese e fa la spola con Milano e quindi scrive a Longhi: «sta arrivando da Bollate il treno», «ho il fiato del treno sulla nuca: credo sia già a Garbagnate…», «ma il treno è qui: smetto, esco e rileggo tra Bovisa e Bullona». Intanto, da un’idea di Longhi, viene allestita, a Torino e poi a Ivrea, la Mostra del Manierismo piemontese e lombardo del Seicento (1955).
Emergono anche gli incontri persi o rimandati: la mostra parigina dell’adorato Courbet, del 1955, non vista, o il mancato viaggio di studio in Spagna con Morlotti e Arcangeli. E proprio quest’ultimo finirà per essere il più insofferente, tra i longhiani della prima ora, nei confronti di Testori, quasi si sentisse sostituito da quest’ultimo nell’affetto del maestro. I rapporti difficili si avvertono, almeno in questa fase, anche con la venturiana Anna Maria Brizio, con la quale Testori cura, insieme ad altri, al Museo Borgogna di Vercelli, la mostra monografica su Gaudenzio Ferrari. Ci sarà poi quella tra Torino e Varallo sull’amatissimo Tanzio, dove l’oggetto del contendere con Longhi sarà il San Carlo comunica gli appestati della parrocchiale di Domodossola: autografo per l’allievo, ma non per il maestro. La storia darà ragione a Testori.
E intanto ci sono i problemi teoretici sulla questione del realismo e affini nelle arti, che è centrale per Testori, ma che sta inevitabilmente per essere superato nella cerchia longhiana tramite Arcangeli e soprattutto la Lonzi. Impressiona quanto Testori si affidi, anche per la produzione letteraria, alla lettura di Longhi, ma anche della Banti, con cui il rapporto è strettissimo. Si capisce che la partita che i coniugi Longhi stanno giocando, da Firenze, è con l’Einaudi di Calvino, a Torino. E la pubblicazione del Ponte della Ghisolfa, nel luglio 1958, da Feltrinelli va in questa direzione. Con questo libro Testori è perfettamente consapevole di tracciare una sorta di affresco balzachiano della società milanese e ventila pure l’ipotesi che «un giorno», a «furia di andare avanti», potrà «toccar anche il centro di Milano», come scrive nel 1959 a Longhi.
Intanto esce il libro su Martino Spanzotti, sempre per l’Olivetti, complice il tramezzo della chiesa di San Bernardino, parte del complesso con la fabbrica ad Ivrea, connesso al progetto di una mostra mancata, che sarebbe stata a oggi l’unica sul pittore varesino-casalese. Poi il teatro, con la Maria Brasca, L’Arialda con Visconti, che porta all’esperienza cinematografica di Rocco e i suoi fratelli. Ma non cessano le attribuzioni: la più sensazionale, forse di tutta la carriera di Testori, è la Madonna Cook di Giorgione, pubblicata nel 1962, allora nelle mani bergamasche dei Lorenzelli. Un dipinto che Longhi da giovane aveva creduto del Romanino, ma ora è pronto a ricredersi, dopo un restauro, in favore della proposta dell’allievo.
Gli anni passano, la redazione di «Paragone» si allarga e Testori è sempre più insofferente, in particolare nei confronti dello star system letterario, voluto soprattutto dalla Banti, ma non vuole dispiacere il maestro.
Giustamente il volume chiude con gli scritti di Testori su Longhi, quasi a sugellare un rapporto che non si è mai concluso: si è per tutta la vita allievi e Testori sembra aggiungere che il debito di riconoscenza e gratitudine non si estingue mai.





