
Il colore che tiene
14 Giugno 2026
La scatola nera
14 Giugno 2026Custodire
C’è qualcosa di rivelatore nel fatto che, tra i videogiochi più amati del momento, ce ne sia uno in cui si interpreta il proprietario di una biblioteca. Si gioca a custodire libri, a riordinare scaffali, ad abitare quella lentezza calda e protetta che immaginiamo dietro le vetrate di una sala di lettura. È un desiderio antico travestito da passatempo: sognare di essere il guardiano di un luogo che conserva. E fa una certa impressione che questo sogno fiorisca come simulazione proprio mentre, nella realtà, chi quei luoghi li tiene davvero aperti incrocia le braccia. Negli stessi giorni i lavoratori della cultura scioperano — tagli, precarietà, un mestiere reso povero. Amiamo giocare a fare il custode esattamente nel momento in cui togliamo dignità alla custodia. La fantasia prospera dove l’istituzione deperisce.
Eppure è quel verbo, custodire, a tenere insieme cose che parrebbero lontane: una biblioteca, una città, un corpo vecchio, la pace. Custodire non è accumulare né sorvegliare. È quella forma di attenzione che fa sì che una cosa duri perché qualcuno se ne prende cura. È il contrario sia dello spettacolo, che mostra senza tenere, sia dell’abbandono, che lascia cadere.
C’è chi prova a riportarlo nel cuore della città. Le due proposte di cui si discute per migliorare i nostri spazi urbani — al di là del loro merito tecnico — dicono in fondo questo: che la città non è un dato ma un affidamento, qualcosa che ci è stato consegnato e che possiamo peggiorare o avere in cura. Chi si occupa di urbanistica lo sa per mestiere, e talvolta lo dimentica: progettare non è disegnare volumi, è decidere come ci si prende cura della convivenza, dove si fa posto a chi cammina, a chi si ferma, a chi non ha fretta. Una piazza ben pensata è un atto di custodia tanto quanto uno scaffale in ordine.
Ma il banco di prova vero non sono le piazze: sono i corpi che alle piazze non arrivano più. La cronaca delle Rsa restituisce un’immagine che dovremmo avere il coraggio di guardare a lungo: anziani ridotti a solo corpi, e soli, in attesa. È la sconfitta esatta della custodia. Perché ridurre una persona al suo corpo, e quel corpo a un’attesa senza oggetto, significa rovesciare ciò che custodire vuol dire. E c’è qui un paradosso che brucia, se lo si accosta al videogioco da cui siamo partiti. In moltissime culture — e non solo in quelle che chiamiamo, con qualche presunzione, lontane — il vecchio è la biblioteca: il depositario delle storie, l’archivio vivente che si consulta sedendosi accanto. Si dice, in certe parti del mondo, che quando muore un anziano brucia una biblioteca. Ebbene: giochiamo a custodire scaffali di carta e lasciamo sole, in fila, le biblioteche vive. Mettiamo in ordine i volumi immaginari e dimentichiamo i custodi della memoria, ridotti a un numero di letto.
Contro questa logica del lasciar cadere si leva, da un altro fronte, la Biennale delle donne, posta sotto il segno del rifiuto della guerra. Non è un caso che la cura e la pace si chiamino a vicenda. La guerra è la forma suprema dell’incuria: tratta i corpi come materiale, i luoghi come bersagli, il tempo come qualcosa da bruciare. Custodire è il suo opposto puntuale — tenere insieme ciò che la violenza tende a separare, riconoscere nell’altro un destino e non un ostacolo. Che a dirlo con forza siano, in questa occasione, le donne, ha una sua coerenza profonda: a chi la storia ha a lungo affidato il compito di tenere — la casa, i piccoli, i vecchi, i fili della comunità — è toccato anche imparare per prima quanto costa, e quanto vale, non lasciare nessuno indietro.
E così si torna al principio, allo sciopero di chi lavora nella cultura. Perché custodire ha un prezzo, e fingere il contrario è la più ipocrita delle economie. Una società che vuole biblioteche, musei, teatri, città vive, ma non è disposta a riconoscere chi li tiene aperti, sta giocando — letteralmente — a custodire: gode della scena senza pagarne la sostanza. La povertà del lavoro culturale non è un dettaglio sindacale, è una scelta di civiltà mascherata da vincolo di bilancio. Dice che cosa siamo disposti a far durare, e che cosa lasciamo cadere.
Buon ascolto, allora, e buone letture: ma con un sospetto utile, sotto. Che dietro la parola gentile della custodia ci sia sempre una decisione dura — chi tiene, a quale prezzo, e per chi. Si può custodire un libro, una piazza, un vecchio, una pace. Oppure si può fingere di farlo, per gioco, mentre tutto attorno, in silenzio e in attesa, viene lasciato solo.





