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di Pierluigi Piccini
C’è una domanda che bisogna fare prima di scrivere qualsiasi cosa sulla vicenda dei tredici ragazzi senesi denunciati dalla Digos nell’operazione “Format 18”: chi sono? La risposta che emerge dagli atti è precisa e non ammette approssimazioni. Dodici ragazzi e una ragazza, tutti minorenni tra i sedici e i diciassette anni, residenti nel Senese, quasi tutti frequentanti lo stesso istituto scolastico. Provengono da famiglie del ceto medio. Sono stati denunciati per detenzione illegale di armi, diffusione di materiale pedopornografico, propaganda di idee fondate sull’odio razziale e apologia del movimento fascista e nazista. Il procedimento è nella fase delle indagini, la presunzione d’innocenza è intatta.
Due precisazioni che l’analisi non può eludere. La prima: sono residenti nel Senese, non necessariamente nel centro urbano. Se vengono dalla provincia — dai comuni del territorio, dai paesi attorno alla città — allora il discorso sulla costellazione simbolica senese li riguarda ancora meno direttamente. La crisi di trasmissione sarebbe ancora più grave, perché avverrebbe in un contesto in cui quel simbolico non è mai stato pienamente disponibile: non il Campo sotto casa, non la contrada come struttura di vita quotidiana, non la Chigiana come orizzonte culturale accessibile. La provincia del Senese ha i suoi dispositivi identitari — ma molti di essi si sono svuotati ancora prima e ancora più silenziosamente di quelli urbani. La seconda: tra i tredici c’è una ragazza. La radicalizzazione suprematista femminile è un fenomeno specifico, studiato, che ha dinamiche proprie — spesso legate a forme di ricerca identitaria che passano attraverso l’adozione di ideologie che paradossalmente le subordinano. Non è questo il luogo per sviluppare questa analisi, ma ignorarla sarebbe un’omissione che impoverisce il quadro.
Detto questo, la domanda che interessa qui non è giudiziaria. È antropologica. E la risposta che questi fatti suggeriscono è scomoda per Siena in un modo che le reazioni politiche — unanimi nella condanna, comprensibilmente rapide nell’evocare i valori della Resistenza — non hanno voluto o saputo nominare.
Questi ragazzi non sono contradaioli radicalizzati. Non provengono da una deriva del Palio, non sono il prodotto di un’appartenenza comunitaria degenerata. Vengono esattamente da dove ci si aspetterebbe il contrario: dal ceto medio del territorio senese, da famiglie che vivono in una provincia che più di quasi ogni altra in Italia avrebbe dovuto disporre di anticorpi identitari profondi. Eppure quel patrimonio non li ha raggiunti. Non il Palio, non la Chigiana, non il jazz del Franci, non il Buon Governo, non la memoria civica di una città che per secoli si è data da sola le sue leggi. Niente di tutto questo ha parlato a loro. Hanno trovato la loro comunità altrove: nelle chat suprematiste, nella simbologia nazista, nell’esaltazione della razza bianca condivisa su Telegram.
VI. La domanda che nessuno fa
Ho riletto le dichiarazioni pubbliche uscite dopo “Format 18”. Il cardinal Lojudice parla di profondo disagio giovanile. Il PD evoca i valori della Resistenza. La polizia viene ringraziata. Tutti condannano, nessuno si chiede.
Nessuno si chiede perché ragazzi che vivono in una delle province italiane con il più ricco patrimonio simbolico abbiano cercato identità in estetiche tedesche degli anni Trenta riciclate su Telegram. Perché la Torre del Mangia, il Campo, le contrade, Lorenzetti, la Chigiana, la Santa Maria della Scala — tutto questo non ha parlato a loro. Perché il simbolico senese, nella sua pluralità e profondità, non li ha raggiunti.
Questa è la domanda che una comunità sana si farebbe. E il fatto che non venga fatta dice qualcosa di preciso: la città e il suo territorio non si percepiscono più come responsabili della trasmissione del proprio simbolico. Lo danno per scontato — come se l’identità senese si trasmettesse per osmosi, per il semplice fatto di abitare in questa provincia. Ma l’identità non si trasmette per osmosi. Si trasmette attraverso istituzioni, attraverso narrazioni condivise, attraverso esperienze di appartenenza che devono essere costruite e rinnovate generazione per generazione. E quando le istituzioni che facevano questo lavoro si svuotano o perdono autorevolezza, il simbolico resta lì, bellissimo e inaccessibile, come un museo aperto di notte.
Hartmut Rosa ha elaborato un concetto che qui illumina qualcosa di preciso: la risonanza. Rosa lo applica a strutture sistemiche — il capitalismo accelerato, la società della prestazione — e sarebbe scorretto ridurlo a una questione di identità locale. Il problema che Rosa descrive non è senese: è globale. Ma è proprio questo che rende il caso di Siena significativo invece di consolante. Se anche in una città con una tale densità simbolica il mondo ammutolisce per una parte dei suoi giovani, allora la crisi di risonanza non è rimediabile con più patrimonio o più folklore — richiede qualcosa di strutturalmente diverso: istituzioni capaci di costruire ponti vivi tra l’esperienza dei ragazzi e il senso sedimentato nei luoghi, nelle pratiche, nelle storie. Un ragazzo che vive nel Senese ma non sente risuonare niente di ciò che quel territorio è — non è un ragazzo cattivo o stupido. È un ragazzo a cui nessuno ha costruito quel ponte. E se quel ponte non c’è, cerca risonanza altrove. Le chat suprematiste risuonano — nel senso peggiore, ma risuonano. Danno risposta, danno eco, producono l’illusione di essere visti e riconosciuti.
La radicalizzazione suprematista giovanile non è un fenomeno di disperazione economica. È, molto più precisamente, un fenomeno di disperazione identitaria del ceto medio. Lo dicono i dati europei — la Germania, la Svezia, l’Austria producono gli stessi fenomeni senza crisi bancarie paragonabili a quella senese — e questo significa che sarebbe sbagliato ridurre tutto alla parabola del Monte. Il fenomeno ha radici europee e strutturali che trascendono qualsiasi specificità locale. Ma la domanda senese rimane ugualmente legittima e urgente, perché riguarda non le cause generali del suprematismo giovanile, bensì la capacità specifica di questo territorio di offrire alternative. Un territorio con meno patrimonio simbolico avrebbe meno responsabilità. Siena ne ha di più, non di meno — e proprio per questo la sua incapacità di trasmettere quel patrimonio è un fallimento che merita di essere nominato con chiarezza.
E qui il nesso con la crisi del Monte — che non è un nesso causale meccanico, ma una consonanza strutturale — diventa leggibile in tutta la sua portata. Il Monte non era solo una banca: era il dispositivo attraverso cui il ceto medio senese si narrava come co-titolare di qualcosa, come partecipante a un progetto collettivo. Quando questo dispositivo entra in crisi, non entra in crisi solo l’economia locale. Entra in crisi il registro in cui quella classe sociale si rappresentava come agente. E una classe che ha perduto la capacità di agire su se stessa trasmette ai propri figli non solo una condizione materiale ma una postura psicologica. Una postura in cui il futuro è qualcosa che accade, non qualcosa che si costruisce. In cui appartenere a qualcosa di grande è un’illusione da smettere di coltivare. In cui l’identità non si eredita più — perché chi dovrebbe trasmetterla ha smesso di crederci.
In questo vuoto — non il vuoto della povertà, ma il vuoto del senso — le chat suprematiste offrono qualcosa di psicologicamente preciso: la promessa di un’identità forte in un mondo percepito come ostile, la comunità di chi si sente tradito e cerca un responsabile, la fratellanza di chi condivide un nemico. È esattamente la struttura che Byung-Chul Han ha descritto analizzando le nuove forme di tribalismo digitale: non la comunità come dono reciproco, ma la comunità come esclusione condivisa. Non il noi che costruisce, ma il noi che si definisce contro.
Il dato più inquietante non è la violenza potenziale di quei ragazzi. È che il territorio senese — con tutto il suo patrimonio — non sia riuscito a parlargli prima che lo facesse Telegram.
VII. La domanda che rimane aperta
Non concludo con una risposta perché non ce l’ho, e perché chi pretende di averla su queste cose mente o semplifica. La domanda che rimane è: c’è ancora, nel corpo senese, la capacità di ritrovarsi come soggetto? Non di tornare a ciò che era — questo è impossibile e anche probabilmente indesiderabile. Ma di costruire una nuova forma di soggettività collettiva che tenga insieme la profondità identitaria delle contrade, la ricchezza della Chigiana e di Siena Jazz, la memoria civica del Buon Governo, e la capacità di aprirsi a un futuro che non sia la pura difesa del passato?
Ernst Bloch aveva distinto tra nostalgia regressiva e utopia anticipatrice. La prima guarda indietro a un’età dell’oro perduta e vuole restaurarla. La seconda parte da ciò che nel presente è ancora vivo, ancora capace di proiettarsi avanti, e lo porta a compimento. La differenza non è nei contenuti, spesso simili: è nella direzione dello sguardo. Ma Bloch non era un consolatore — sapeva che l’utopia anticipatrice non è un atto di volontà: è il riconoscimento di qualcosa che già esiste in forma embrionale nel presente, e che aspetta di essere portato a compimento. Senza quell’embrione, l’utopia è retorica.
Allora la domanda concreta è: dove sono, oggi, i germi di una soggettività senese rinnovata? Esistono — ma sono fragili e spesso non si riconoscono come tali. Sono nelle esperienze di ricerca culturale che la città ha saputo produrre quando ha smesso di guardare solo al proprio passato e ha rischiato il confronto con il contemporaneo. Sono nelle reti informali di chi lavora sul territorio con intelligenza e senza nostalgia. Sono nelle istituzioni che resistono non per inerzia ma per scelta consapevole di continuare a costruire senso. Sono, talvolta, nelle contrade stesse — quando smettono di essere solo custodie di un rito e diventano laboratori di comunità capaci di aprirsi a chi non è nato dentro.
Questi germi non bastano. Non bastano finché il ceto medio senese — quello che ha il potere reale di scegliere tra il simulacro della grandezza passata e il rischio della grandezza futura — non decide da che parte stare. Non bastano finché legittimare in fretta è più comodo che aspettare con intelligenza. Non bastano finché condannare i tredici ragazzi è più facile che chiedersi perché nessuno ha costruito per loro il ponte tra la loro vita e il senso di questo territorio.
Finché quel ceto non ritrova se stesso — non l’immagine consolatoria di ciò che era, ma la capacità reale di essere qualcosa — Siena resterà una città bellissima. Ma una città che non si riconosce più.
(Fine)





