
Il tempo che non coincide
18 Marzo 2026di Pierluigi Piccini
Siena ha un talento speciale per trasformare le cose vive in cose gestite. Non è cattiveria — è riflesso. È il risultato di secoli passati a governare una vita collettiva attraverso la forma: il rito, il corteo, il regolamento, la cerimonia. Una città in cui ogni cosa che conta ha un nome, un posto, una data, un’autorità che la presiede. Sistema straordinario per conservare. Sistema difficile da abitare per chi arriva senza sapere le regole, o peggio, senza volerle imparare.
L’intervista al sindaco Nicoletta Fabio sui giovani e la cultura hip hop è un documento perfetto di questo meccanismo. Fabio è persona intelligente e disponibile, e il suo racconto è sincero. Proprio per questo è rivelatore. Incontra ragazzi che fanno qualcosa di spontaneo, non convocato, non finanziato. La sua risposta è trovare loro una collocazione — uno spazio riconoscibile, una cornice istituzionale dentro cui quella vitalità possa essere vista e quindi legittimata. Non è malafede. È il solo modo che la città conosce per dire sì.
Il dispositivo si chiama canale istituzionale. Consulte, bandi, gallerie, spazi dedicati: tutto rimanda alla stessa logica. Creo la cornice, tu ci entri, io ti riconosco. Funziona benissimo per chi sa già muoversi dentro le istituzioni — per chi ha il linguaggio, la pazienza, il percorso giusto alle spalle. Per tutti gli altri, quelli che la cultura la fanno senza saperla nominare, il canale istituzionale è un posto che non trovano, o che trovano troppo tardi, o dentro cui non si riconoscono.
La cosa più rivelatrice non è quello che il sindaco fa. È quello che non riesce a scegliere. Nell’intervista oscilla continuamente tra due diagnosi: i giovani canalizzano un disagio, oppure esprimono un talento che la politica deve ascoltare. Disagio o talento. Le due letture richiedono risposte completamente diverse e incompatibili. Il disagio si gestisce, si accompagna, si indirizza verso i servizi. Il talento si libera, si fida, si lascia stare senza chiedere niente in cambio. Siena non sceglie. Tiene aperte entrambe le opzioni, il che significa in pratica che non ne percorre nessuna con convinzione.
Sanno dove trovarmi, dice Fabio in chiusura. È la frase che riassume tutto. L’istituzione ferma, i giovani che si muovono verso di lei. Non ascolto — udienza. La politica partecipativa vera funziona al contrario: è chi governa che si muove, che arriva dove le cose già accadono, che tollera il disordine come condizione necessaria di ogni cosa viva. Che accetta, qualche volta, di non capire subito.
C’è un passaggio nell’intervista in cui il sindaco dice che Siena è abituata alla bellezza classica e non è pronta a certe contaminazioni. Lo dice con tono di autocritica. Ma quella frase, pronunciata così, non è una critica — è una giustificazione. Il patrimonio come argomento per non cambiare. La bellezza come schermo contro il presente. È il meccanismo più longevo di questa città: usare ciò che è stato per non dover rispondere a ciò che è. E funziona. Funziona da secoli. Il problema è che i giovani, a un certo punto, smettono di aspettare che finisca di funzionare.





