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Ci sono momenti in cui la storia smette di scorrere e precipita. Sei giorni. Sei giorni che, guardati dall’Italia, dalla Toscana, da qualunque angolo di questa Europa che i suoi leader dichiarano “incapace di agire”, sembrano già un’altra epoca rispetto a quella in cui ci siamo svegliati lunedì scorso.
Proviamo a stare sui fatti, perché i fatti, questa volta, sono già abbastanza.
Israele ha colpito South Pars. Il più grande giacimento di gas naturale del mondo, condiviso tra Iran e Qatar, è stato bombardato. Gli Stati Uniti, secondo fonti israeliane riportate dal New York Times, erano stati informati in anticipo. Informati, non necessariamente consenzienti, distinzione che nella diplomazia conta, ma che nei mercati energetici non interessa a nessuno. Quello che interessa è che South Pars brucia, e con lui brucia l’impianto GNL più grande del pianeta. Italia e Belgio, scrive Politico EU, si trovano improvvisamente a fare i conti con forniture che potrebbero non arrivare. Non è un’ipotesi. È una proiezione già incorporata nei futures del gas.
Nel frattempo, quattro donne palestinesi sono morte in Cisgiordania durante un attacco missilistico iraniano. La guerra si allarga, si frammenta, tocca corpi che non hanno nome nei grandi titoli. Al Jazeera li nomina. La stampa mainstream li conta.
L’Iran risponde colpendo i siti energetici del Golfo. Gli Stati Uniti, mentre valutano un alleggerimento delle sanzioni, lanciano aerei da guerra ed elicotteri per riaprire lo Stretto di Hormuz. Trump chiede al Giappone e alla NATO di “intensificarsi”. Il Pentagono chiede al Congresso 200 miliardi di dollari. Duecento miliardi. Per continuare.
I conti si sommano con una velocità che stordisce. Dodici virgola sette miliardi di dollari nei primi sei giorni per Washington. Un miliardo di shekel al giorno per Israele, scrive Haaretz, e aggiunge che potrebbe essere proprio quel numero, quella cifra brutalmente aritmetica, a decidere quando finirà. L’Arabia Saudita, silenziosamente, si prepara a un petrolio a 180 dollari al barile se lo shock energetico dovesse durare oltre aprile. Aprile è tra due settimane.
Qui si inserisce il silenzio europeo, che non è silenzio ma è qualcosa di peggio: è paralisi dichiarata. I leader dell’Unione Europea, scrive ancora Politico, “si trovano incapaci di agire nonostante le guerre così vicine a casa”. Non è un’accusa. È una constatazione. L’UE si offre di assistere Cipro nelle discussioni sul futuro delle basi militari britanniche nell’isola, un dettaglio che in questo contesto suona quasi surreale, come chi sistema i quadri alle pareti mentre il palazzo scricchiola.
E poi c’è quello che nessuno vuole guardare direttamente. La televisione danese rivela che dietro la parola “esercitazione” in Groenlandia si nascondevano sangue, esplosivi e, cito, “la situazione più grave dal 9 aprile 1940”. Quella data non è casuale: è il giorno in cui la Germania invase la Danimarca. Chi ha scelto quel paragone sa quello che fa.
Nel frattempo, in Africa, il Chad avverte il Sudan che risponderà dopo che un attacco con droni su un funerale ha ucciso diciassette persone. Un funerale. I droni colpiscono i funerali.
Che cosa significa tutto questo per noi? Per l’Italia, che dipende dal gas che transita o che viene liquefatto in impianti ora colpiti? Per un’Europa che ha delegato la propria sicurezza energetica a catene di approvvigionamento che attraversano esattamente le acque in cui si combatte?
Significa che la prossima bolletta non è una questione tecnica. Significa che Hormuz non è lontano. Significa che il prezzo della nostra dipendenza energetica, che abbiamo costruito in decenni di miopia strategica, si presenta adesso, tutto insieme, in sei giorni.
La storia, dicevo, a volte precipita. La difficoltà non è seguire la caduta. È capire dove si atterra.





