Caro direttore, alla fine potevamo aspettarcelo, l’Anticristo. Dopo le immagini della accorata preghiera dei pastori evangelici che a mani giunte contornavano il presidente americano invocando assieme a lui il buon esito della guerra in Iran, era quasi fatale che anche le forze del male prendessero posto sull’atlante del mondo. A quel punto è arrivato Peter Thiel a spiegare come su tutti noi gravi la minaccia di una forza oscura e possente pronta a bruciare nel suo immenso falò ogni nostra virtù e a trarre profitto da ogni nostro vizio fino a minacciare di erodere le basi stesse della nostra civiltà.

Così, tra una preghiera e una predica, in bilico tra la cima abbagliante del comando supremo e l’abisso tenebroso dell’angoscia più profonda, sembra che il cielo e la terra non abbiano più confini che li distinguano, e che perfino il suolo e il sottosuolo stiano rendendosi conto che non vi è più nessuna barriera che li divida e li protegga. Come se ormai ogni dimensione fosse dentro l’altra, per assistere e aiutare oppure al contrario per ferire e per uccidere. Fino a descrivere infine un’umanità (e una politica) che ha perso ogni sentimento di se stessa.

Sembra un gioco di pensieri, e invece si tratta di un intreccio di ansie. Per decidere infatti la politica vorrebbe affidarsi alla divinità chiamandola in causa impropriamente, un po’ come accadeva nel Medioevo. E poi però, quasi contemporaneamente, quella stessa politica sente incombere su di sé la minaccia estrema: quella dell’Anticristo, appunto. Il che induce a pensare che di tutte le decisioni che prende, di tutte le dottrine che propone, di tutte le responsabilità che assume, di tutte le parole che pronuncia, quella politica non debba poi essere così sicura.

I due volti dell’America dei nostri giorni hanno questo in comune: l’eccesso. E così verrebbe da dire che l’Anticristo alla fine si annuncia proprio attraverso la perdita di ogni senso della misura. Infatti una volta che si cancella il limite può capitare che si finisca per pensare davvero che Dio sia con noi, e che noi lo possiamo arruolare nelle nostre guerre come un alleato decisivo e trionfante, piegandolo ai nostri interessi e alle nostre parzialità. E allo stesso modo, quasi per le stesse ragioni, verrebbe da credere che il nemico non sia più l’avversario politico, o la difficoltà del compito, o il cambiamento dei pensieri e degli umori, ma sia piuttosto il soprannaturale che si manifesta in questo caso nella sua forma più apocalittica.

La deificazione del potere e la demonizzazione dell’altro camminano così di pari passo nello strano mondo che sta prendendo forma intorno a noi. Come se la politica non avesse più come unità di misura le persone e le loro volontà, ma all’improvviso sentisse il bisogno di uscire da se stessa per andare incontro o a una gloria celeste del tutto immeritata (e assai improbabile, peraltro) oppure a una rovina causata dalla vittoria delle tenebre che la avvolgono. D’un tratto diventiamo solo un campo di battaglia dove il divino e il demoniaco si trovano a combattere secondo i nostri comodi oppure secondo le nostre paure. Senza che il protagonismo democratico abbia più da dire la sua.

A ben vedere la crisi globale della politica è tutta qui. Essa sta nel fatto che viene quasi cancellata l’umana responsabilità, con le sue grandezze e i suoi limiti. E che al suo posto si insedia, a seconda delle circostanze, una divinità che si vuole immiserire in ragione dei nostri interessi oppure un demone che si è tentati di ingigantire secondo le nostre paranoie. In un caso e nell’altro il potere umano diventa l’ombra di quel che era. Poiché esso non assume più la grandiosa titolarità delle sue scelte e neppure il nobile onere del suo rischio. Scivolando lungo questa china il Dio che ci illudiamo di avere arruolato potrebbe infine anche vincere da solo e il demone di cui evochiamo la minaccia potrebbe non bastare a tenerci tutti vigili e uniti. Si tratterebbe a quel punto di censire due sconfitte e una sola apocalisse.

Forse l’Anticristo è annidato proprio nelle pieghe nascoste di tutti i pensieri che corrono in questi nostri giorni inquietanti.

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