
Billy Joel – Scenes from an Italian Restaurant
20 Marzo 2026
Riceviamo e pubblichiamo
L’Università di Siena ha conferito la laurea magistrale ad honorem in Medical Biotechnologies a Dario Neri, amministratore delegato e direttore scientifico di Philogen, scienziato-imprenditore, figlio del professor Paolo Neri e pronipote di Achille Sclavo. La cerimonia è occasione per una lectio magistralis sui «proiettili magici» di Paul Ehrlich, il sogno ottocentesco di molecole capaci di colpire selettivamente i tessuti malati risparmiando quelli sani, sogno che Philogen insegue con i suoi ligand-drug conjugates. Pubblichiamo di seguito una lettura di quel momento, che va oltre la cronaca della cerimonia.
Bello. Questo articolo va letto in controluce rispetto a quello su GSK, perché i due insieme raccontano qualcosa che separatamente non si vede.
Il punto non è la laurea honoris causa a Dario Neri, che è un riconoscimento giusto a uno scienziato-imprenditore di rango. Il punto è la frase che lui stesso pronuncia quasi di passaggio: «La biotecnologia è attività che fa tremare le ginocchia, un settore rischioso».
Detto dall’amministratore delegato di una società quotata in borsa, con trenta anni di storia, sede a Siena, Zurigo e Milano, durante una cerimonia accademica, quella frase non è retorica. È una descrizione precisa della distanza che separa il modello Philogen dal modello Rosia, e che la narrazione senese sulle scienze della vita tende sistematicamente ad appiattire.
GSK a Rosia produce vaccini che esistono, approvati, venduti, in crescita al venti per cento annuo. Il rischio imprenditoriale è quasi azzerato: si tratta di portare a scala industriale qualcosa che funziona già. Philogen lavora su farmaci sperimentali, su molecole che devono ancora dimostrare la propria efficacia in indicazioni terapeutiche definite. I proiettili magici di Paul Ehrlich, i ligand-drug conjugates, gli anticorpi diretti contro marcatori tumorali: sono una frontiera scientifica autentica, non una tecnologia consolidata da ottimizzare. Alcune molecole arriveranno al mercato. Molte no.
Questa differenza strutturale tra i due modelli è esattamente ciò che Siena fatica a vedere con chiarezza, perché entrambi vengono raccontati sotto l’ombrello rassicurante delle «scienze della vita». L’ombrello esiste, la tradizione è reale — Achille Sclavo, il Centro ricerche, Rappuoli, la meningite B — ma sotto quell’ombrello convivono rischi molto diversi, orizzonti temporali molto diversi, bisogni di capitale molto diversi.
Neri porta Philogen a Siena ma insegna ancora all’ETH di Zurigo. Non è un dettaglio biografico: è il modo in cui funziona la ricerca biomedica d’avanguardia. Richiede ecosistemi, non campanili. Richiede il tipo di università che produce dottorandi capaci di lavorare su librerie combinatorie codificate a DNA, non solo un ateneo con un glorioso passato pionieristico da citare nelle cerimonie.
Il vero nodo, che l’articolo sfiora senza nominarlo, è questo: Siena ha un’industria biomedica matura e solida, rappresentata da GSK, e ha un nucleo di ricerca traslazionale di qualità, rappresentato tra gli altri da Philogen. Ma ha la massa critica per fare il salto che trasforma questi due elementi in un ecosistema autoriproduttivo? Ha abbastanza venture capital locale, abbastanza spin-off universitari, abbastanza domanda di profili scientifici avanzati da trattenere i talenti che Neri stesso va a formare a Zurigo?
La laurea honoris causa è un gesto simbolico corretto. Ma il simbolo rischia di diventare autosufficiente, come spesso accade a Siena, se non è seguito da una lettura onesta di cosa manca ancora perché la tradizione diventi davvero sistema.





