
Città Pasolini
31 Marzo 2026
Sigonella, il Mondiale perduto e il veleno in casa
1 Aprile 2026La giornalista statunitense Shelly Kittleson è stata rapita a Baghdad
di Alfredo Herbin
La giornalista freelance americana Shelly Kittleson, collaboratrice della testata Al-Monitor specializzata nel Medio Oriente, è stata rapita a Baghdad. La BBC ha dato la notizia, mentre Al-Monitor ha immediatamente diffuso un appello pubblico chiedendo la liberazione immediata della sua corrispondente. Nessun gruppo ha ancora rivendicato il sequestro, e le autorità irachene non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali. Kittleson era una voce esperta e rigorosa su Iraq e Kurdistan: la sua scomparsa getta un’ombra pesante sulla sicurezza dei giornalisti stranieri in una città che si credeva, almeno in parte, stabilizzata.
Mentre Baghdad torna a fare paura, a Washington i tribunali federali continuano a fare da argine alle incursioni dell’esecutivo sulle libertà fondamentali. Un giudice federale ha bloccato il decreto di Trump che prevedeva la sospensione dei finanziamenti federali a NPR e PBS, le due grandi reti pubbliche americane. Pochi giorni prima, un altro giudice aveva fermato i lavori di costruzione di una sala da ballo nei sotterranei della Casa Bianca, intervento edilizio contestato per ragioni procedurali e simboliche insieme. L’immagine che emerge è quella di un’amministrazione che spinge continuamente sui limiti istituzionali, e di una magistratura che — almeno per ora — tiene la linea.
Il fronte europeo è scosso da uno scandalo di proporzioni diplomatiche potenzialmente devastanti. The Insider, testata investigativa russo-lettone, ha pubblicato registrazioni di conversazioni telefoniche tra il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e il suo omologo russo Sergej Lavrov, nelle quali emergerebbero accordi per rimuovere dalle liste di sanzioni occidentali oligarchi, società e banche vicine al Cremlino. Il Le Monde ha parlato di «registrazione schiacciante per la diplomazia ungherese». La notizia più clamorosa è che Szijjártó ha confermato l’autenticità delle intercettazioni: un’ammissione che trasforma uno scoop giornalistico in un caso politico europeo di prima grandezza. Budapest, già da anni in rotta con Bruxelles, si trova ora a dover rispondere di una collusione sistemica con Mosca che va ben oltre le simpatie ideologiche di Orbán.
Sul fronte iraniano, la situazione precipita verso una nuova fase. Trump ha annunciato che si rivolgerà alla nazione con un aggiornamento definito «importante» sulla guerra in corso contro l’Iran. Gli Emirati Arabi Uniti, secondo il Wall Street Journal, starebbero premendo per forzare l’apertura dello Stretto di Hormuz e si dichiarano disposti a partecipare militarmente al conflitto: una posta in gioco altissima, considerato che attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale. In parallelo, il Washington Post rivela che gli alleati del Golfo starebbero facendo pressione su Trump in via riservata affinché non accetti alcun cessate il fuoco prima che l’Iran sia — parole loro — «definitivamente sconfitto». Intanto Israele non si ferma: il ministro della Difesa Katz ha dichiarato che le forze israeliane demoliranno i villaggi al confine libanese e creeranno una zona cuscinetto sul modello di Gaza. Un’architettura permanente dell’occupazione che si estende, pezzo dopo pezzo, lungo tutto l’arco mediorientale.
E poi, in chiusura, una notizia che viene da un altro mondo — o forse dallo stesso mondo visto da un’altra angolazione. La Bosnia-Erzegovina ha battuto l’Italia e si è qualificata per i Mondiali. Il quotidiano di Sarajevo Oslobodjenje — «Liberazione», il giornale che non smise di uscire nemmeno durante l’assedio — ha titolato: «Neka slavi cijela država!»: che festeggi tutto il Paese. In un continente che brucia, c’è ancora qualcuno a cui basta un pallone per sentirsi, per una sera, unito.





