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3 Maggio 2026Novecento francese Quattro uscite italiane da editori vari: i porti di «Bourlinguer»; «Resurrezioni a New York»; «Kodak», istantanee verbali; «La mano mozza», nella storica traduzione di Giorgio Caproni, da Einaudi
Le attuali dinamiche editoriali riservano talvolta qualche gradita sorpresa, in virtù del recupero di figure che sembravano irrimediabilmente destinate al dimenticatoio. È il caso di Blaise Cendrars, pseudonimo di Frédéric Sauser, poeta svizzero naturalizzato francese vissuto tra il 1887 e il 1961, di cui escono quasi contestualmente quattro nuovi libri. Equiparabile a un Django Reinhardt della poesia, funambolo di una parola coniugata a vicende biografiche avventurose, spesso ibridate con elementi improbabili e grotteschi, Cendrars riuscì, attraverso titoli capitali come Les Pâques à New York (1912) e Dix-neuf poèmes élastiques (’19), a sovvertire i canoni della lirica novecentesca, accostandoli a quelli scaturiti dalla Weltanschauung di artisti come Picasso, Modigliani e Léger. Memorabile la collaborazione con i coniugi Delaunay che produsse le illustrazioni di Sonia per La prose du Transsibérien et de la Petite Jeanne de France nel 1913, libro d’artista ideato come un coloratissimo leporello di due metri ripiegato a formare un album alto cinquanta centimetri. Quasi un corrispettivo in versi della simultaneità e della scomposizione operata in quegli anni dai cubisti (non è un caso che Braque disegnasse la carrozzeria della sua fiammante Alfa Romeo, guidata «con la mano amica» e definita da Jean Rousselot il suo Ronzinante).
Nonostante frequentasse abitualmente i pittori citati e fosse legato all’antesignano delle avanguardie storiche Apollinaire, Cendrars si può considerare un isolato, un eccentrico, un outsider che si rifiutò di aderire a qualsiasi precetto troppo dogmatico, finanche a quelli intrecciati con movimenti non distanti dalla sua poetica – si pensi all’avversione per il surrealismo e il suo inoppugnabile «papa» Breton –, in forza di una quasi endemica tendenza alla sperimentazione e al nomadismo – segno di incontenibile irrequietezza. Il vitalismo di Cendrars si nutre infatti di ogni aspetto dello scibile, mistica e cabalismo compresi. Così, i vagabondaggi gitaneschi convivono con la levitazione di Giuseppe da Copertino o Teresa d’Avila, il retaggio alchemico con le vicissitudini strampalate di Arthur Cravan, poeta boxeur che ostenta «i capelli più corti del mondo», senza dimenticare le barbariche intemperanze della banda Bonnot e di Al Capone.
Emblematico al riguardo è Bourlinguer Storie di porti che le Edizioni Lamantica propongono, per la prima volta in italiano, nell’accurata versione di Albino Crovetto (pp. 444, s.i.p.). Si tratta di un libro di testimonianze suddiviso in undici capitoli, rispettivamente dedicati ai porti internazionali, con innegabili risvolti romanzeschi (nelle opere di Cendrars i generi si contaminano a vicenda, creando spesso nel lettore una sorta di comprensibile spaesamento). Il libro uscì presso Denoël nel 1948, segnando la fine del lungo esilio volontario ad Aix-en-Provence, e innervandosi nel cuore della tetralogia autobiografica composta da L’Homme foudroyé (1945) e La Main coupée (’46), oltre a Le Lotissement du ciel (’49), tutti inediti in italiano con esclusione di Rapsodie gitane, seconda parte della prova inaugurale, stampata da Adelphi nel ’79. La misura di queste prose passa dall’essenzialità del capitolo dedicato a Tolone, racchiuso in un paio di paginette, al côté genovese, sottotitolato «La canna di Ispahan», che ne raccoglie oltre centocinquanta, paradossalmente ambientato a Napoli durante la movimentata infanzia dell’autore (curiosi i riferimenti al padre inventore e alla tomba di Virgilio messa in vendita da qualche buontempone, nonché agli inverosimili homunculi di Küffstein che sembrano derivare da un trasognato delirio paracelsiano).
Bourlinguer, come asserisce Riccardo Benedettini nella prefazione, è termine che «significa vagare non senza fatica o avventure, un vagabondaggio per mare», da cui deriva il sostantivo bourlingueur, «giramondo», quanto mai adatto a designare il nomadismo inveterato di Cendrars. Il traduttore, anziché «veleggiare» o «bordeggiare», preferisce attenersi all’originale, ricavandone il neologismo «burlingare».
La prosa di Cendrars, ricca di incisi e dissertazioni, è brillante, scoppiettante, ondivaga, a tratti brutale, nonostante i suoi periodi siano spesso caratterizzati da una lunghezza disarmante, memore forse del modello proustiano e spesso tracimante in elenchi interminabili di strampalati oggetti. D’altro canto lo stesso autore avverte: «Scrivere non è la mia ambizione, ma vivere». E ancora, con il pensiero rivolto a una famosa massima di Verlaine: «Non si tratta di letteratura, ma della vita». Il capitolo finale, concernente «Parigi, Porto di Mare», prende in considerazione, un po’ pretestuosamente, la navigazione lungo la Senna per disquisire intorno a libri e biblioteche. Indimenticabili alcuni profili, come quello di Remy de Gourmont, artefice del Latin mystique, considerato il suo maestro (darà al secondogenito, scomparso nel 1945 in un incidente aereo in Marocco, il suo nome), e di Charles Chadenat, celebre bibliofilo e titolare della libreria antiquaria «Americana», sancta sanctorum ubicato al 17 di Quai des Grands-Augustins, sulla rive gauche.
Einaudi ripropone la storica versione di Giorgio Caproni, apparsa per Garzanti nel ’67, del romanzo La mano mozza («Letture» pp. XLII-334, € 22,00) in cui si avvicendano le picaresche disavventure del protagonista, chiaro alter ego di Cendrars, arruolato nella Legione Straniera, durante le fatidiche battaglie del primo conflitto mondiale sul fronte della Somme. Uscito presso Denoël, il romanzo presenta più di qualche analogia con le smargiassate del pur vituperato Céline (peraltro ricambiato da chi lo considerava senza nerbo), suscitando l’incondizionata ammirazione di Henry Miller, testimoniata da un rutilante carteggio: sempre Lamantica nel 2016 ne pubblica alcuni estratti con il titolo Se scopro un bel libro devo condividerlo con il mondo intero, bissato due anni dopo da Una notte nella foresta. Nella sua articolata, brillante prefazione, Andrea Cortellessa segnala il paradosso riguardante il titolo, definito «un’allusione metalinguistica a quest’assenza proditoria del nucleo centrale del racconto», compensato con il «tentativo di elaborare tale manque». L’episodio della perdita del braccio è descritto invece in J’ai saigné del 1938 (versione italiana confluita in Ho ucciso. Ho sanguinato, edita da Marietti1820). D’altronde, il termine «romanzo» va stretto all’autore che, in un apposito annuncio editoriale, presenta il libro come «récits de guerre». Claude Leroy propone di definire «procronie» quelle che il poeta, in Blaise Cendrars vous parle, ha chiamato «memorie che sono memorie senza essere memorie».
Interno Poesia licenzia Kodak (Documentario) (pp. 160, € 15,00), nell’attendibile versione di Mia Lecomte. La raccolta poetica uscì nel 1924 presso la Librairie Stock, con una xilografia in copertina di Frans Masereel. Si tratta di una silloge suddivisa in otto intense sezioni che risentono del lavoro cinematografico compiuto in quegli anni quale sceneggiatore, regista e saggista, culminato con la collaborazione intrapresa per Abel Gance. Queste istantanee verbali si configurano, come riportato dallo stesso autore e poi da Francis Lacassin, alla stregua di un collage di frammenti ritagliati dal romanzo Le mystérieux Docteur Cornelius dell’amico Gaston Le Rouge e da Au Congo belge di Maurice Calmeyn, da cui sono ricavati la sequenza intitolata «Chasse à l’éléphant» e il titolo Kodak. In seguito al divieto dell’industria americana di usare il proprio nome, ratificato nel 1944, il titolo della raccolta diventerà nelle Poésies complètes un più generico Documentaires, ignorato dalla curatrice che ha preferito, in barba all’acribia filologica, la più convincente lezione originaria.
Per Ignazio Pappalardo Editore, infine, esce una propositiva traduzione del poemetto Les Pâques à New York affidata a Ottavia Pojaghi Bettoni. La curatrice si discosta fin dal titolo dalle versioni precedenti (si pensi a Luciano Erba e Rino Cortiana) ricorrendo a Resurrezioni a New York (pp. 76, € 16,00), che privilegia l’aspetto religioso, peraltro avallato dalla prefazione di Gianfranco Ravasi. I distici di Cendrars sono accompagnati da otto xilografie di Masereel, accolte nella ristampa effettuata da Kieffer nel 1926, quattordici anni dopo la princeps apparsa presso Les Èditions des Hommes Nouveaux, facenti capo alla rivista eponima fondata dallo stesso Cendrars: il poemetto si intitolava Pâques. Il testo riporta la passione di Cristo a New York, dopo che l’autore ebbe l’opportunità di ascoltare La Creazione di Haydn in una chiesa presbiteriana della metropoli. Angustiato dalle privazioni, Cendrars compone nottetempo questa invocazione laica, ricreando una particolare Via Crucis, infarcita di esiti violenti e controversi, laddove il Golgota è ambientato nei bassifondi. Probabilmente il futuro autore di Moravagine porta a termine il progetto nell’estate successiva, quando rientra a Parigi. Non mancano spunti destinati all’epoca a suscitare scandalo: «Vorrei essere Voi per amare le prostitute. / Signore, abbiate pietà per le prostitute».




