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19 Aprile 2026Gli scrittori di erotica di successo che mettono in difficoltà i censori religiosi della Nigeria
Da The New York Times | La politica dei capelli afro: perché le norme sull’acconciatura sono sotto esame in tutta la diaspora — Da The Guardian
C’è un filo sottile, quasi invisibile, che attraversa due notizie apparentemente lontane: scrittori nigeriani di erotica che sfidano i censori religiosi, e donne della diaspora africana che si battono contro le norme sulle acconciature. In entrambi i casi non si tratta di letteratura, né di moda. Si tratta di corpi. Di chi ha il diritto di definirli, nominarli, disciplinarli.
La Nigeria è un paese in cui convivono, e spesso si scontrano, due sistemi normativi potentissimi: l’islam del Nord e il cristianesimo evangelico del Sud. Entrambi condividono, pur nelle differenze teologiche, un’ossessione comune per la regolazione del desiderio. L’erotica — quella letteratura che osa nominare il corpo con precisione, senza metafora e senza vergogna — è per questi sistemi una minaccia strutturale, non solo morale. Perché chi scrive di desiderio afferma implicitamente che il corpo appartiene a chi lo abita, non all’istituzione che pretende di salvarlo.
Gli scrittori nigeriani che si sono affermati in questo genere — spesso donne, spesso giovani, spesso pubblicate in prima istanza su piattaforme digitali accessibili solo con uno smartphone e una connessione dati — hanno capito una cosa che i censori non riescono ad accettare: la rete ha spezzato il monopolio del controllo. Si può pubblicare senza editore, si può leggere senza libreria, si può circolare senza permesso. La repressione resta, ma insegue ombre.
Quello che colpisce, però, non è solo la resistenza. È la qualità della scrittura. Chi si aspetterebbe, dall’esterno, che un genere considerato “minore” producesse una prosa così precisa, così attenta alle sfumature del potere nei rapporti tra i corpi, così capace di fare letteratura mentre sembra fare altro? L’erotica nigeriana contemporanea — almeno nelle sue punte più alte — non è pornografia, nel senso di una riduzione del corpo a meccanismo. È, al contrario, una fenomenologia del desiderio che parte dall’esperienza vissuta di corpi storicamente negati, colonizzati, missionarizzati.
Ed è qui che entra il capello.
La questione delle acconciature afro nella diaspora — nelle scuole britanniche, negli uffici americani, nei codici di abbigliamento delle aziende europee — sembra a prima vista un problema di risorse umane o di politiche scolastiche. Ma è, nella sua sostanza, lo stesso problema. Il capello afro, nelle sue forme naturali — le trecce, i dreadlock, i twist, il coil non trattato — è stato sistematicamente classificato come “non professionale”, “disordinato”, “inappropriato”. Traduzione: non abbastanza bianco per stare in certi spazi. Il corpo della donna nera, ancora una volta, deve essere disciplinato, lisciato, reso accettabile secondo standard che non ha contribuito a definire.
Le battaglie legali si moltiplicano. In California il CROWN Act ha esteso le protezioni antidiscriminatorie alle acconciature. Nel Regno Unito, casi di bambine mandate a casa da scuola per le trecce hanno generato scandalo e poi legislazione. Ma la legge, da sola, non basta. Perché il problema non è solo normativo: è percettivo. Riguarda chi ha il potere di definire cosa è bello, cosa è pulito, cosa è rispettabile.
C’è una continuità storica tra il missionario che insegnava alle donne africane a coprirsi, il censore religioso che sequestra un romanzo erotico a Lagos, e il preside britannico che manda a casa una studentessa perché ha le trecce. Tutti e tre stanno esercitando, con strumenti diversi, la stessa funzione: decidere quale forma deve avere il corpo dell’altro per essere ammesso nello spazio pubblico, nella città, nel consesso dei civili.
La resistenza, in tutti e tre i casi, parte dallo stesso gesto: l’affermazione che quel corpo è mio. Che io decido come vestirlo, come acconciarlo, come desiderarlo, come scriverlo. Non è un gesto piccolo. In contesti in cui l’identità è stata costruita per secoli attraverso la negazione — della lingua, della religione, del nome, del corpo — rivendicare la proprietà della propria fisicità è un atto politico di prima grandezza.
Quello che colpisce, guardando insieme queste due storie, è la vitalità delle resistenze. Non si tratta di vittime che chiedono pietà. Si tratta di donne — scrittrici, avvocate, studentesse, madri — che usano gli strumenti che hanno: la narrativa, il tribunale, la piazza, il social media, l’orgoglio. Che non chiedono di essere tollerate, ma di essere riconosciute.
I censori nigeriani e i presidi britannici hanno qualcosa in comune: stanno perdendo. Non subito, non senza resistenza, non senza che il percorso sia tortuoso. Ma stanno perdendo. Perché il controllo dei corpi — quando quei corpi cominciano a parlare, a scrivere, a organizzarsi — non è mai definitivo.
E la letteratura, anche quando è erotica, anche quando è clandestina, anche quando circola su un forum che la metà dei lettori non saprebbe nominare, fa quello che ha sempre fatto: dice la verità su chi siamo, prima che gli altri finiscano di decidere chi dobbiamo essere.




