«Avevo 16 anni quando si uccise Luigi Tenco. Quando lo seppi e vidi in tv quello che era successo decisi che non avrei mai partecipato al Festival di Sanremo, a nessuna condizione». Gli sguardi degli addetti ai lavori sono attoniti, questa verità, la rivelazione sul perché il Principe dei cantautori italiani non si sia mai visto all’Ariston è finalmente svelata. De Gregori ne parla in conferenza stampa, uno dei rituali della musica da cui si è sempre tenuto a distanza, preferendo restare dentro la musica.

 

 

Il 4 giugno in prima serata vedremo su Rai 3 Nevergreen di Stefano Pistolini, il docufilm che racconta con immagini inedite il dietro le quinte della residenza al Teatro Out Off di Milano (20 concerti dal 29 ottobre al 23 novembre 2024); il 16 ottobre uscirà il live Nevergreen (Perfette Sconosciute) registrato proprio durante questa residency e in più il 27 ottobre l’artista sarà al Teatro Sala Umberto di Roma e dal 25 novembre di nuovo al Teatro Out Off di Milano per un’altra tranche di Nevergreen (Perfette Sconosciute). «Ho così tante canzoni nel cassetto e tante di quelle che la gente non ricorda più o si sono nascoste nelle pieghe dei miei dischi, da poter andare avanti ancora per un po’ di anni», dice. Sul docufilm chiarisce subito: «Non è un biopic e non pronunciate “baiopic” che mi dà fastidio. Non mi piacciono i biopic. Qui, non vedrete un artista seduto su una sedia a farsi raccontare quanto è bravo ma un musicista al lavoro, con la sua band. Una settantina di canzoni provate nel pomeriggio per poterne portare due la sera, l’idea di un laboratorio continuo, più che di una celebrazione. Un film volutamente non patinato, quasi “grunge” nella sua essenzialità». Il titolo, Nevergreen – Perfette sconosciute, contiene una dichiarazione d’intenti: un innesto di brani dimenticati o mai diventati popolari insieme a canzoni che invece lo sono state. Una scelta che allontana inevitabilmente il pubblico più generalista e che De Gregori rivendica con ironia. «Quando abbiamo fatto gli spettacoli nel 2024 arrivavano affettuosamente quelli che io chiamo i “talebani” di De Gregori. Ma era giusto chiarirlo prima: non avrebbero trovato La donna cannone, niente Rimmel, niente Generale. Il pubblico era ed è avvertito». Poi, quasi a smorzare il rigore, gli scappa un titolo: «Sì quella Buonanotte fiorellino che mi avete visto ballare insieme a una signora del pubblico, è la canzone finale della scaletta e su quella mi lascio andare un po’. Sarà verosimilmente il finale di tutti i miei concerti». In fondo è un modo per sottrarsi a quello che definisce «il gigantismo della discografia di oggi che fa sembrare tutti intoccabili». Gli stadi, i sold out, le operazioni celebrative lo lasciano freddo. «Mi danno fastidio. E un po’ è anche colpa vostra – dice rivolto chiaramente ai media – la mia traiettoria resta diversa: teatri, club, spazi in cui il rapporto con il pubblico è diretto. A Roma, il 27 ottobre, 421 posti. A Milano, dal 25 novembre, appena 200. Poi qualche data in più tra le due città. Se posso evitare il sold out, scelgo un teatro piccolo. L’empatia nasce più facile».

 

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De Gregori torna spesso sull’idea che la musica debba partire dal basso, dai piccoli locali che stanno scomparendo. «C’è tanta gente che andrebbe aiutata a crescere da lì. Io ho cominciato così. E le radio, con me, non sono mai state molto benevole». Esempio emblematico: «Se ripenso a tutti i singoli che non sono mai andati in radio… la gente non li ha mai sentiti. Conoscono La storia siamo noi per lo spot dell’Enel. Ancora c’è chi mi chiede se sia mia».

 

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Il nuovo disco live, lo pubblicherà il 16 ottobre, si inserisce in questa visione. Non un prodotto rifinito, ma un documento fedele. «Pochissima post produzione. Assomiglia a un concerto e non obbligo nessuno a comprarlo; è solo un modo per ribadire che alla mia età voglio fare l’artista e basta. Senza cavalcare nulla e senza subirlo». Libertà che si riflette anche nel rapporto con l’ispirazione, o meglio con la sua assenza. «Da anni non sento più ribollire quella spinta dentro di me». Non è un lamento, piuttosto una constatazione. Continuerò a cantare, ma senza la necessità di produrre sempre nuovo materiale. E se un giorno smetterò, lo farò senza proclami: «Semplicemente sparirò».

 

 

E alla domanda se deve qualcosa a qualcuno la risposta è una: Dalla. «Gli devo molto nello stile di canto, mi ha fatto capire la ritmica. E umanamente era pieno di curiosità. Era un uomo che ti poteva far incazzare tantissimo. Un giorno gli dissi: scrivi così bene, perché non scrivi tu i tuoi dischi? Pochi mesi dopo mi fece ascoltare Come è profondo il mare». Sul presente, lo sguardo resta disincantato. Non ama gli artisti che prendono posizione politica in modo esplicito: «Non mi smuovono. Se devo andare a lezione, vado da un filosofo». E ammette senza reticenze di sentirsi confuso di fronte ai conflitti contemporanei. «Attraverso le canzoni arrivo a qualcosa, non con quello che dico. Non mi sento superiore a nessuno nel prendere posizione». Fa sua la citazione di Walt Whitman: «Contengo moltitudini».