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C’è un libro che nasce da un’amicizia improbabile e da una domanda scomoda: una frase pronunciata in inglese suona più vera della stessa frase pronunciata in spagnolo o in albanese? Don de lenguas — che potremmo tradurre Dono di lingue — raccoglie il dialogo tra J. M. Coetzee, premio Nobel sudafricano, e Mariana Dimópulos, scrittrice e traduttrice argentina residente a Berlino, che ha tradotto in spagnolo la sua narrativa. Il libro è stato presentato alla Feria del Libro di Buenos Aires: Coetzee in sala, Dimópulos in collegamento dalla sua scrivania berlinese. Un incontro a distanza che è già, di per sé, una metafora.
Partiamo da un gesto. Coetzee ha scelto di far circolare i suoi libri più recenti prima in spagnolo, e precisamente nella varietà argentina, e solo successivamente nelle altre lingue. Un autore al vertice del canone anglofono che si ritira, anche solo momentaneamente, dalla lingua del suo stesso prestigio. Dimópulos chiama questo atto un gesto glotopolitico: la proposta di equiparare traduzione e originale, come se la traduzione fosse essa stessa l’opera prima. Coetzee, spiega, ha osservato con lucidità il paradosso: se il suo originale fosse stato in albanese, nessuno avrebbe insistito sull’importanza di tradurre dall’originale. Lo fanno perché l’inglese è lingua di dominio imperiale. Scegliere lo spagnolo — un’altra lingua imperiale, certo, con il proprio passato intriso di sangue — è comunque un gesto di sovversione dell’ordine editoriale globale.
La domanda sulla verità linguistica è quella che brucia di più. Non è vero che una proposizione scientifica enunciata in un paper inglese appaia più legittima della stessa proposizione formulata in spagnolo o in qualsiasi altra lingua? Dimópulos risponde con franchezza: è un problema antico, europeo, di cui negli Stati Uniti non si ha piena consapevolezza, proprio perché il dominio non si percepisce dal suo interno. La lingua di potere conferisce automaticamente una patina di autorità a chi parla. Ed è per questo che Coetzee ha scelto di scrivere in un inglese depurato, neutralizzato, come se fosse una lingua straniera — sottraendo la propria prosa a ogni appartenenza imperiale. Tradurre quella neutralità, dice Dimópulos, significa disimparare certe comodità della propria lingua per rispettarne l’estraneità interna. Una indicazione che Kafka avrebbe capito immediatamente.
Il libro introduce una distinzione che merita attenzione: quella tra lingua materna e lingua paterna. La prima è la lingua dell’intimità, appresa in braccio alla madre, quella in cui le parole sembrano naturali. La seconda è la lingua dello Stato, della scuola, del mercato e del potere. Coetzee — cresciuto in un mondo multilingue tra afrikaans e inglese, con antenati polacchi e tedeschi — ha sempre vissuto con l’inglese un rapporto di direzione, non di appartenenza. Si è sentito, ammette, un po’ impostore nella cultura anglofona. Dimópulos conosce bene questa esperienza: padre greco che con i figli non ha mai usato la propria lingua madre, madre spagnola che non ha mai padroneggiato il voseo argentino. La lingua come terreno di negoziazione continua tra ciò che si eredita e ciò che si sceglie.
Il capitolo sul futuro è forse il più speculativo e il più stimolante. Dimópulos sostiene che quando la tecnologia di traduzione voce-voce avrà eliminato la latenza — quel piccolo esitare nel passaggio da una lingua all’altra — non sarà più necessaria una lingua franca. Ciascuno parlerà nella propria lingua madre e sarà ascoltato nella lingua dell’altro. L’inglese perderà la propria egemonia come strumento di comunicazione universale, perché la lingua sarà, in effetti, la traduzione stessa. Non è fantascienza: è futurologia linguistica, e Dimópulos la sta elaborando in testi per l’Instituto Cervantes.
Resta, alla fine, l’immagine più potente: scrivere la propria lingua come se fosse straniera. Proust la usava come metafora del lavoro letterario autentico — non cercare la perfezione retorica ma rendere la lingua straniante, opaca, resistente. È la stessa operazione che fa ogni grande traduttore: non trasportare parole, ma portare con sé il peso di un’estraneità che non si risolve mai del tutto. La lingua non è uno strumento neutro. È un campo di battaglia, una storia di violenza e di intimità, un patto con gli altri che non smette mai di essere anche un atto di potere.
Coetzee lo sa. Dimópulos lo sa. E il loro dialogo — nato da due mesi trascorsi ad Adelaide, in una piccola città australiana dove un’amicizia improbabile ha preso forma — è la dimostrazione che le lingue, ancora oggi, possono scegliersi tra loro.





