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Tre notizie di cronaca culturale, raccolte da tre giornali di tre Paesi, e dentro ciascuna si annida lo stesso verbo: tradurre. Un romanzo taiwanese che vince l’International Booker; Sally Rooney che interviene sulla versione ebraica del suo Intermezzo; i Javis che a Cannes portano Lorca al cinema. Sembrano episodi distanti, e invece disegnano insieme la mappa di una sola questione, forse la più politica che esista in letteratura: chi può passare da una lingua all’altra, a quali condizioni, e chi sorveglia quella frontiera. Walter Benjamin lo aveva intuito un secolo fa, ne Il compito del traduttore: la traduzione non è copia, è Überleben, sopravvivenza, l’aldilà in cui un’opera continua a vivere dopo di sé. Ma sopravvivere, lo sappiamo, non è mai un atto neutro.
Cominciamo da Taipei. Un romanzo taiwanese incoronato a Londra dice molto più di un premio. Pascale Casanova ci ha insegnato a leggere la «repubblica mondiale delle lettere» come uno spazio diseguale, con i suoi meridiani di Greenwich — Londra, Parigi, Stoccolma — che decidono che cosa esiste e che cosa resta provinciale. Per una letteratura periferica, e per giunta scritta da un Paese che la diplomazia mondiale si ostina a non riconoscere come tale, l’ingresso nella circolazione globale attraverso la traduzione inglese è una forma di esistenza. Taiwan, che fatica a stare nei consessi internazionali, c’è nella biblioteca del mondo. Eppure il rovescio è inquietante: si esiste solo se tradotti, solo se ammessi al banco di Londra, solo se la lingua periferica accetta di passare per la lingua-mondo. Emily Apter ha chiamato untranslatability la dignità di ciò che resiste a questa frizione, di ciò che non si lascia levigare per entrare nel mercato globale. La vittoria di Taipei è una conquista e, insieme, la prova che la sopravvivenza ha un pedaggio.
Il caso di Sally Rooney rovescia il segno. Qui la scrittrice non chiede di essere tradotta: discute le condizioni della traduzione, e a proposito della nuova versione ebraica di Intermezzo dichiara — riferisce il Guardian — che il settore culturale israeliano è complice dell’apartheid. È una posizione netta, dentro la cornice del boicottaggio culturale che Rooney sostiene da anni, e va capita nella sua logica: distinguere la lingua e i lettori dalle istituzioni che, secondo lei, normalizzano una politica. Spivak, ne La politica della traduzione, ricordava che tradurre è sempre un gesto etico prima che tecnico, una decisione su chi parla e a chi. Il punto sollevato da Rooney è proprio questo: la traduzione non è un ponte innocente, è un’economia, un circuito di legittimazione. Va detto, per onestà, che la mossa è controversa anche tra chi condivide la causa palestinese: c’è chi sostiene che separare i lettori in ebraico dalla circolazione delle idee finisca per punire proprio i potenziali dissensi interni, e chi vede nel boicottaggio culturale una forma di censura speculare. Non è mio compito qui sciogliere il nodo. Mi interessa registrare che, ancora una volta, la traduzione è il luogo dove la letteratura tocca il potere — e dove un autore può scegliere di non lasciar sopravvivere la propria opera a certe condizioni.
E infine Granada, o meglio Cannes, dove i Javis approdano con La bola negra, definita da El Diario una lettera d’amore a García Lorca. Anche questa è traduzione, nel senso più largo e più commovente: il passaggio di un’opera da un tempo all’altro, da un medium all’altro, dalla pagina mai scritta allo schermo. La bola negra è il dramma sull’omosessualità che Lorca progettò e non poté compiere, fagocitato dalla stessa violenza che nell’agosto del 1936 lo fece sparire in un fosso senza nome. Portarlo al cinema oggi significa tradurre un silenzio in immagine, restituire voce a ciò che il franchismo e poi una lunga pudicizia avevano sepolto. È la forma più alta di Überleben benjaminiano: non l’opera che sopravvive a sé, ma l’autore assassinato che torna a parlare nella lingua di chi lo ama. Achille Mbembe direbbe che ogni resurrezione di un morto cancellato è un atto contro la necropolitica che pretende di decidere chi merita memoria. Cannes, capitale consacrante come Londra, qui non ammette un nuovo entrante: riapre un armadio e ne fa uscire un fantasma luminoso.
Tre città, dunque, tre soglie. A Taipei la traduzione è esistenza, il diritto di una letteratura minore a non sparire. A Tel Aviv è complicità, il rifiuto di sopravvivere a ogni costo. A Granada è resurrezione, il recupero di una voce strozzata. In tutti e tre i casi cade l’immagine consolatoria del traduttore come pacifico costruttore di ponti. Tradurre è presidiare una frontiera: decidere chi entra nella repubblica delle lettere, chi resta fuori, chi viene riportato in vita. Byung-Chul Han teme un mondo «liscio», dove tutto si traduce senza resto in un’unica lingua globale priva di alterità. Queste tre notizie dicono il contrario: che la letteratura vive proprio nell’attrito, nel punto in cui una lingua resiste a un’altra, un autore dice no, un morto si rifiuta di tacere. La sopravvivenza, in fondo, comincia sempre lì — sul confine, dove qualcuno fa la guardia.





