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Cinque nomi in cinque giorni, dal 25 al 29 maggio, e a prima vista nulla li tiene insieme: un pittore del Trecento, un regista rumeno, un cantautore americano, un fumettista pugliese, un calciatore argentino. Eppure basta accostare i titoli per sentire montare un’unica frase, quella che Il Tascabile affida a Maradona ma che vale per tutti gli altri: non si può insegnare. Hartmut Rosa ha dato a questa intuizione un nome filosofico — l’indisponibile, das Unverfügbare: ciò che non possiamo produrre a comando, mettere in agenda, trasmettere per via di metodo. La grazia, insomma. E ognuna di queste cinque figure è un modo di nominare la grazia e, insieme, lo scacco di ogni istituzione che pretenda di fabbricarla.
Si parte da Assisi, naturalmente. Giotto il pittore di San Francesco, scrive Doppiozero, ed è la scena fondativa di tutto. Perché Francesco è il santo che riporta il sacro dentro il corpo — la povertà come carne, le creature come fratelli, le stimmate come ferita reale — e Giotto è colui che inventa l’immagine capace di contenere quel ribaltamento: i volti che hanno peso, lo spazio che ha profondità, il dolore che ha gravità. La leggenda vasariana lo dice meglio di ogni trattato: Cimabue trova un ragazzino che disegna una pecora su una pietra, e capisce che lì c’è qualcosa che nessuna bottega gli ha dato. L’O di Giotto, il cerchio perfetto tracciato a mano libera, è il monogramma stesso dell’indisponibile: la maestria che precede ogni insegnamento. Non si può insegnare — già qui, sulla roccia, prima di tutto.
Salto di sette secoli e scendo a Napoli, perché Maradona è il rovescio esatto e l’eco di quella scena. Mito plebeo, lo definisce Il Tascabile, e la formula è precisa: santità dei vicoli, canonizzazione dal basso, altarini con la sua immagine accanto a San Gennaro. La «mano de Dios» non è una bestemmia, è una teologia popolare che sa benissimo dove abita la grazia — nel corpo sbagliato, tarchiato, del ragazzo di Villa Fiorito, non nel canone dell’atleta perfetto. Rosa parlerebbe di risonanza: quel gol contro l’Inghilterra non è la somma di gesti allenabili, è un evento che accade una volta e non si lascia riprodurre. Ogni allenatore può insegnare lo stop, il dribbling, lo scatto. Quella cosa lì, no.
E qui entra l’incomparabile Andrea Pazienza, che Il Post ricorda a quasi quarant’anni dalla morte. Incomparabile è aggettivo che si arrende: dice che il termine di paragone non esiste, che la linea di Paz — Zanardi, Pentothal, il tratto che cambia registro tre volte nella stessa tavola — non discende da una scuola e non ne fonda una replicabile. Bruciò in fretta, com’è destino di certe grazie, e si portò via il segreto. Ma la lezione resta crudele e limpida: ciò che fa di un autore un autore è proprio ciò che non può essere trasmesso. L’accademia insegna la tecnica e consacra, dopo, ciò che la tecnica da sola non avrebbe mai generato.
Da qui il paradosso di Bob Dylan, che Rockol invita a non prendere troppo sul serio. Sembra dissacrante, è invece la cosa più seria che si possa dire. Da quando il Nobel l’ha promosso a profeta, su Dylan si è abbattuta un’esegesi da padri della Chiesa, versetto per versetto. Ma il profeta vero, da Geremia in poi, è quello che rifiuta il ruolo, che si nasconde, che cambia voce per non farsi catturare dalla liturgia che gli costruiscono intorno. Non prenderlo sul serio significa: non istituzionalizzare il mistero, non trasformare la grazia in dottrina. Byung-Chul Han direbbe che la nostra epoca uccide il sacro a forza di trasparenza, esponendolo, spiegandolo, rendendolo disponibile. Dylan si difende dileggiando se stesso. È la sua forma di custodia.
Resta il caso contemporaneo, quello aperto: Fjord di Cristian Mungiu, che Rivista Studio annuncia come il film su cui litigheremo di più quest’anno. È la grazia nella sua veste polemica. L’opera che non si lascia ridurre a consenso, che spacca, che obbliga a schierarsi: anche questa è una forma dell’indisponibile, perché ciò che mette tutti d’accordo non resiste, mentre ciò che divide significa che ha toccato un nervo non addomesticato. Litigare su un film è, in fondo, riconoscergli un’autorità che la critica non gli ha conferito.
Cinque santi laici, dunque, da Assisi al San Paolo che oggi porta il nome di Diego. Tutti e cinque consacrati — dal Nobel, dalla canna fumaria del museo, dalla curva, dal festival — e tutti e cinque, prima di ogni consacrazione, irriducibili a essa. È la vecchia distinzione paolina tra la legge e la grazia, tradotta per un’epoca che alla grazia non crede più ma continua, ostinata, a cercarla negli stadi e nelle gallerie. L’istituzione può solo arrivare dopo, a benedire ciò che non ha saputo produrre. Il talento, come il gol di mano, resta un dono e uno scandalo: non si insegna, non si compra, non si spiega. Si riconosce — e ci si litiga sopra.





