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Il trono vuoto
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di Valeria Crippa
Pelle istoriata da tatuaggi, piercing e capigliatura tribale da guerriera contemporanea, Sofia Nappi ama volgere lo sguardo indietro di qualche millennio, frugando nella cultura e nella filosofia dell’Antica Grecia, alla ricerca di un’idea di vuoto fertile e generativo, chiamato chora, suggerito da Platone nel Timeo come terzo genere di realtà primordiale che funge da «nutrice» del divenire. Uno stato meditativo dei corpi che la coreografa fiorentina declina nello spazio performativo, tra assenza e presenza, riquadri di luce e buio, estraendo dai sette danzatori della sua compagnia Komoco sussulti fibrillanti e onde cinetiche che avviluppano braccia e mani, rendendo le teste vibratili e attente all’ascolto reciproco.
Al concetto di akoè («ascolto» in greco antico), Nappi aveva attinto anche per il suo recente lavoro sviluppato nell’omonimo progetto site specific per il Festival Nutida di Scandicci (Firenze), meditazione sull’attesa, il respiro e la presenza che nascono in uno stato di vuoto condiviso.
S’intitola proprio Chora. Il vuoto all’origine, la creazione con cui Nappi inaugura, in prima nazionale l’8 settembre all’Auditorium Conciliazione, la 41ª edizione di Romaeuropa (che ha cofinanziato la nuova produzione): il festival diretto da Fabrizio Grifasi ha infatti scelto di affidare l’apertura a due artiste italiane di punta nella creazione contemporanea, Sofia Nappi, appunto, e la compositrice Caterina Barbieri che la segue nel calendario.
Per la trentaduenne Sofia è la consacrazione in patria di una carriera internazionale in netta ascesa, dal Sudamerica al Medio Oriente, da Stoccarda a Taiwan, dove ha appena riallestito il suo Lila 2.0 alla Taipei National University of Arts.
A Roma, in apertura di serata, la compagnia Komoco, fondata con i più stretti danzatori e collaboratori Paolo Piancastelli e Adriano Popolo Rubbio, presenterà Dodi, duetto maschile in coppola, coreografia del 2021 firmata dall’autrice fiorentina, premiata lo stesso anno alle competizioni coreografiche internazionali di Rotterdam e Hannover.
Se in Dodi (in ebraico «dono»; «mio amato»), danzato da Paolo Piancastelli e Adriano Popolo Rubbio, Nappi esplora vulnerabilità e tormenti esistenziali in conflitto con stereotipi culturali, ora, in Chora. Il vuoto all’origine, rilegge Platone a modo suo: «Il filosofo racconta di uno spazio umano generativo, una sorta di utero, un luogo interiore, accogliente e caldo, femminile. Anche in altre culture, lo spazio non è solo energia che connette e genera. È una sorta di divinità che sta tra tutte le cose. Per me Chora è un invito al silenzio, a rilassare il proprio corpo avvertendone il peso tra controllo e abbandono. Per esplorare ciò che nasce prima della parola, della forma e del gesto», riflette l’autrice, il cui processo creativo era stato ospitato in residenza da Oriente Occidente a Rovereto (dove lo spettacolo approderà il 10 settembre), in vista della prima mondiale avvenuta lo scorso febbraio a Winterthur, in Svizzera.
Per i suoi trentadue anni, Nappi ha un curriculum importante: diplomata alla scuola di Alvin Ailey a New York, si è perfezionata a stretto contatto con la Hofesh Shechter Dance Company, approfondendo lo studio di Gaga, il linguaggio coreografico ideato dall’israeliano Ohad Naharin. I suoi titoli per Komoco sono presentati da importanti festival e teatri: la Biennale di Venezia, il festival Colors di Stoccarda, Danse Danse di Montréal… E in qualità di coreografa indipendente ha firmato creazioni per compagnie di danza come lo Scottish Dance Theatre o Introdans in Olanda per cui rimetterà in scena nei prossimi mesi Tagadà, metafora della vita creata nel 2023 per la Staatsoper di Hannover.
In quest’irresistibile ascesa internazionale, costellata da nuove commissioni in corso ancora da svelare e corsi intensivi in tutto il mondo, proseguono i tour (in Italia e all’estero) di Komoco con Pupo, rilettura di Pinocchio di Collodi come ricerca della propria identità, e The Fridas, ispirato al dipinto di Frida Kahlo, Le due Frida.
È la prima artista italiana scelta da Romaeuropa per inaugurare il festival, un riconoscimento importante. Com’è nata la sua avventura artistica?
«L’idea è venuta a me e a mia sorella Alice, violinista: perché non facciamo un duetto e lo chiamiamo Komoco? Ma il vero progetto è partito nel 2022 con Adriano Popolo Rubbio e Paolo Piancastelli con cui ho fondato la compagnia. Komoco è la combinazione tra il vocabolo giapponese Komorebi, che significa “i raggi del sole filtrano tra le foglie dando vita a una danza di luce”, e la parola inglese collaboration. Non volevo dare il mio nome alla compagnia perché è un insieme di corpi ed energia: ancora oggi il nostro lavoro nasce dal dialogo aperto con i danzatori. Io sono il direttore d’orchestra».
È fiorentina di nascita, però si è formata a New York alla scuola di Alvin Ailey. Quanto l’esperienza all’estero l’ha aiutata a costruire una carriera di respiro internazionale? Fosse rimasta in Italia, sarebbe stato lo stesso?
«Ho iniziato a creare coreografie all’estero. Vedere l’altra parte del mondo a diciassette anni mi ha aperto un ulteriore tipo di possibilità: ho trascorso un anno a Vancouver, in Canada, come young international student. All’epoca frequentavo il liceo scientifico bilingue di Chiavari, in Liguria, dove si erano trasferiti i miei: studiavo pianoforte dall’età di sei anni e mezzo, praticavo nuoto agonistico pur soffrendo un po’ perché avrei sempre voluto studiare danza. Quindi, a Vancouver ho potuto incanalare la mia disciplina in una pratica artistica. L’esperienza all’estero è stata fondamentale: anche frequentare l’Ailey School, un’accademia che ti rende un danzatore molto versatile. Non è stato facile. Ma ho incontrato persone capaci di vedere il potenziale del mio lavoro: dalla mia partecipazione alla Biennale Danza nel 2019 la ruota ha cominciato a girare. Poi hanno funzionato il passaparola e i social. E il sostegno prezioso dell’agente Claudia Bauer di Stoccarda e, in Italia, di Giorgio Rossi e Raffaella Giordano di Sosta Palmizi, fin dagli albori di Komoco».
Da «Dodi» a «Chora» come si è sviluppata la sua ricerca in termini di poetica e di linguaggio coreografico? Quali saranno gli ulteriori sviluppi nelle prossime creazioni?
«Credo che dalle prime creazioni per Komoco il focus del mio lavoro sia cambiato in diverse direzioni, partendo però sempre dalla sfera dell’umano, dal corpo e dalle intenzioni dietro il gesto. In Dodi il movimento non è solo espressione, ma strumento di relazione senza necessità di entrare in contatto, in un gioco di scambio e confronto tra due personalità molto diverse, ma simili. All’epoca della creazione di Dodi ancora danzavo, poi sono passata in modo naturale alla coreografia pura, sia per la mia compagnia che per altre. In lavori successivi sono partita da un’immagine per poi astrarla: ho esplorato la crescita e il bambino interiore in Pupo e la dualità in The Fridas. Per approdare a Chora, in cui mi focalizzo sull’idea di creare spazio dentro di noi partendo dalla forza interiore dell’individuo in dialogo con la comunità e la memoria fisica collettiva, attraverso un linguaggio più essenziale. In futuro mi piacerebbe continuare a esplorare spazi non convenzionali».
Ha modelli di grandi coreografi che la ispirano? Ha ancora senso riferirsi a maestri del passato o del presente per fare evolvere la propria ricerca?
«Il mio rifarsi a maestri non è stata mai una decisione consapevole, piuttosto un’accettazione della mia formazione che ha fatto sì che potessi sentirmi libera nel creare. Ciò che mi interessa è una crescita graduale e onesta senza condizionamenti».





