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C’è una coerenza involontaria nella rassegna culturale di questi ultimi giorni di luglio, e vale la pena raccoglierla in un solo sguardo. Cinque titoli, cinque testate diverse, e sotto un’unica domanda mascherata: che cosa deve fare, per noi, la cultura? Deve dirci se i giovani sono davvero ignoranti; deve raddrizzare la scarsità di registe; deve curare l’ottusità di chi ha studiato il greco; deve salvarci dal fanatismo; deve dare lustro perfino a chi non ne ha. In ogni caso le si chiede una prestazione, con un risultato promesso. E ogni volta il risultato non arriva, oppure arriva rovesciato.
Prendiamo l’allarme di stagione. Escono i dati Invalsi e parte la liturgia: i ragazzi non sanno più leggere, la colpa era ieri della televisione, oggi dello smartphone. Poi qualcuno ha la pazienza di leggere davvero i numeri, nazionali e internazionali, e scopre che la catastrofe non c’è: nessun crollo delle conoscenze giovanili, semmai una fragilità che riguarda gli adulti. La domanda, insomma, veniva prima del fatto. Non volevamo sapere come stanno i ragazzi: volevamo essere rassicurati che la trasmissione funziona ancora, che qualcosa passa da una generazione all’altra. È una richiesta terapeutica, non conoscitiva.
Lo stesso meccanismo, capovolto, nella vicenda della più autorevole grecista vivente che demolisce senza pietà la sceneggiatura dell’Odissea di Nolan. Struttura artificiosa, personaggi senza spessore, una scrittura di cui vergognarsi: parole durissime. E qui lo scandalo: ma come, non doveva il greco antico curare l’ottusità? Non era, la formazione classica, la promessa di una mente aperta, di un’indulgenza sapiente verso il mondo? Evidentemente no. Si può leggere Omero in lingua per una vita intera e restare taglienti, sprezzanti, perfino ciechi. La cultura non è un vaccino, e chi l’aveva promessa aveva barato.
All’estremo opposto, l’intellettuale che si arruola. Un professore di filosofia confluisce nel movimento di Vannacci e si mette a costruirgli una piattaforma su misura: euroscettica, tradizionalista, dichiaratamente patriarcale. Qui la cultura non serve a capire ma a legittimare, a dare decoro. E la cosa più istruttiva non è la direzione politica: è il criterio. Conta meno che le tesi siano plausibili, conta di più che sappiano sedurre. Il pensiero ridotto a ornamento, a distintivo — un servizio a risultato garantito, fornire una veste rispettabile a ciò che veste non aveva.
Persino la questione più giusta — le troppe poche registe, il problema che sta “a monte” — finisce per confermare la regola, se non si sta attenti. È vero che il nodo è strutturale, che nasce lontano dalla giuria di un festival. Ma proprio per questo non lo si scioglie a comando, al momento della selezione, come se bastasse una quota a saldare un debito che viene da prima. Riconoscere che il male è a monte è già ammettere che nessun gesto a valle lo sana per decreto. La rappresentanza è un obiettivo di giustizia; non è una prestazione che la cultura possa erogare su richiesta.
E poi c’è il caso che rovescia tutti gli altri. Lo scrittore più detestato d’Europa, il “cattivo” per eccellenza, quello che non consola, non edifica, non lascia intravedere nessuna redenzione, ci difenderebbe dal fanatismo. Il paradosso è esatto e va preso sul serio: immunizza proprio perché rinuncia al ruolo terapeutico. Non promette salute, non distribuisce certezze, non ci dice come dovremmo vivere; ci lascia soli davanti al disincanto, e in quella solitudine non attecchisce nessuna fede assoluta. Si salva, semmai, chi non pretende di guarire.
Messi in fila, i cinque casi dicono una cosa sola. Abbiamo imposto alla cultura la logica del contratto: una prestazione, una scadenza, un esito misurabile. Meno ignoranza, più rappresentanza, menti aperte, visioni del mondo certificate. E il contratto, per sua natura, esige che si consegni la merce. Ma la cultura non è un contratto: è un patto. Non firma clausole di successo, non risarcisce se il figlio esce dal classico più arrogante di prima. Dà, e non sa in anticipo che cosa darà. Ogni volta che pretendiamo di ridurla a servizio otteniamo una delusione, o peggio una propaganda; la sua dignità sta invece tutta in questa gratuità senza garanzie.
Chiedere alla cultura di curarci è già non aver capito a che cosa serve. Non guarisce: tiene aperta la ferita. Ed è l’unico modo che conosciamo per restare svegli.





