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Una mappa di tutti i musei più strani del mondo (Rivista Studio, 7 settembre). Una rassegna dei musei più eccentrici del pianeta, quelli che nascono quasi sempre da un’ossessione privata diventata collezione: il museo dei gabinetti a Delhi, quello dei capelli in Cappadocia con le ciocche donate dalle visitatrici, il museo dei parassiti a Tokyo, il museo sottomarino di Cancún con le sculture sui fondali, il museo delle rotture sentimentali con gli oggetti degli amori finiti. È il rovescio del museo ordinato e didascalico: la linea che continua le vecchie wunderkammer, dove l’esposizione serve a stupire prima che a istruire.
La vera storia delle gemelle Chaplin (Il Post, 8 settembre). Il pezzo ricostruisce la vicenda reale dietro Bucking Fastard, il film con cui Werner Herzog è tornato alla finzione, presentato a Venezia. Freda e Greta Chaplin, gemelle di York nate nel 1943, vivevano in simbiosi totale: stessi vestiti, stesso passo, parole pronunciate all’unisono. Diventarono un caso di cronaca negli anni Ottanta per aver perseguitato un vicino, che le portò in tribunale; il titolo del film nasce da un insulto storpiato — bucking fastard per fucking bastard — che le due esclamarono simultaneamente in aula. Herzog, che le aveva conosciute di persona, ha trasfigurato la storia in una fiaba esistenziale, spostandola in Irlanda e inventando il tunnel scavato nella montagna. La realtà è più sobria e più dura: gran parte della vita adulta tra istituti e case famiglia, e la sepoltura vicine, come avevano voluto.
Il corpo delle donne in guerra? (Domani, 9 settembre). Un’intervista alla regista May el-Toukhy, in concorso a Venezia con Woman Unknown — poi Leone d’oro — sulle donne danesi accusate, dopo la Seconda guerra mondiale, di aver avuto rapporti con i nazisti. Il nodo che porta avanti è l’ambiguità morale: una storia in cui distinguere il bene dal male non è facile, e in cui il corpo femminile torna a essere il primo terreno su cui si scaricano il giudizio e la punizione collettiva. Nell’intervista tocca anche la scarsità di registe alla Mostra, letta non come caso ma come problema strutturale vissuto in prima persona.
L’illusione dei colori (Il Tascabile, 10 settembre). Parte dal celebre “dressgate” del 2015 — il vestito che a metà del mondo appariva blu e nero e all’altra metà bianco e oro — per arrivare a una tesi netta: con i colori abbiamo un problema di specie. Ne vediamo pochi, non riusciamo a metterci d’accordo su quelli che vediamo, basta una luce diversa a confonderci, e due cervelli possono leggere in modo opposto lo stesso stimolo. La radice è evolutiva: il “collo di bottiglia notturno” dei primi mammiferi, costretti a vivere al buio, ha rimodellato la vista e impoverito il nostro rapporto con lo spettro, ampio invece per molti altri animali. Il colore, insomma, non è nelle cose: è una costruzione del cervello.
Le opere non firmate di Van Gogh (Rivista Studio, 11 settembre). Su una ricerca del Van Gogh Museum di Amsterdam, la prima dedicata solo alla firma “Vincent”. Il dato di partenza sorprende: su 840 dipinti conosciuti, Van Gogh ne ha firmati appena 133, circa il quindici per cento — pochissimo per l’epoca. La studiosa Julia Engelmayer ha ricostruito l’intero corpus delle firme e le ha messe in relazione con le lettere e le fasi della carriera: la firma non era un automatismo ma una scelta, un sigillo apposto solo quando il pittore riteneva l’opera abbastanza compiuta, destinata a qualcuno o presentabile all’esterno. In controluce, il rapporto tormentato di Van Gogh con il proprio valore.
Reportage sull’11 settembre visto dai carcerati musulmani (Inquest). Fa parte di una serie che Inquest realizza con Acacia sul quarto di secolo della “guerra al terrore”. Il taglio è in prima persona e ribalta il punto di vista: dentro le carceri di New York l’Islam aveva offerto a molti uomini neri disciplina, dignità e una via d’uscita dalla violenza; dopo l’11 settembre quella stessa appartenenza li trasformò in sospetti e bersagli. Non l’undici settembre delle commemorazioni, ma quello vissuto da chi era già recluso e si ritrovò due volte marchiato.
Si canta ancora dal vivo ai concerti pop? (Financial Times, Rebecca Watson). La domanda nasce dagli spettacoli pop diventati macchine sempre più elaborate — coreografie, effetti, produzione millimetrica — dentro cui la voce dal vivo è l’anello più fragile e più sacrificabile. La risposta a cui arriva è sconfortante: pare proprio di no, o quasi. Il concerto come performance vocale reale lascia il posto al concerto come apparato, dove ciò che conta è che tutto torni, non che qualcuno canti davvero.





