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C’è una notizia che circola in questi giorni con il tono dell’annuncio trionfale: l’aeroporto di Ampugnano si farà, Enac Servizi è pronta, “saremo pronti prima dell’estate”. Trentaquattro virgola cinque milioni di euro, un impianto fotovoltaico da venti ettari, taxi volanti a turboelica, quattro partenze al giorno. E c’è un’altra notizia, uscita quasi in contemporanea, che invece circola sottovoce, con il pudore di chi annuncia un ritardo cronico: il raddoppio della tratta ferroviaria Empoli-Siena è previsto entro il 2031. Si lavora, dice l’assessore regionale Filippo Boni, alla fattibilità tecnica del treno ibrido Siena-Roma. Il collegamento diretto con la Capitale “in altomare”. L’Autopalio tema “più volte posto con determinazione” ai ministeri competenti. Confidano, dice Boni, in una celere realizzazione.
Messe una accanto all’altra, queste due notizie raccontano qualcosa che va molto al di là dei singoli progetti. Raccontano l’assenza di un sistema. Raccontano una classe dirigente — regionale, nazionale, locale — che non sa o non vuole fare scelte strategiche, che preferisce l’annuncio alla pianificazione, il progetto visionario alla soluzione concreta, il taglio del nastro alla manutenzione di ciò che già esiste e non funziona.
Siena è una delle poche città italiane di rango storico, culturale e turistico internazionale a non avere un collegamento ferroviario rapido né con Roma né con Milano. Non è una questione tecnica: è una questione politica, che dura da decenni e che nessuna giunta regionale, nessun governo, nessuna maggioranza ha mai affrontato con la serietà che meriterebbe. Il raddoppio Empoli-Siena è un’opera attesa da così tanto tempo che i pendolari che la reclamavano vent’anni fa oggi hanno figli che pendolano sullo stesso binario unico, con gli stessi ritardi, con la stessa rassegnazione. Il 2031 come orizzonte realistico — ammesso che lo sia davvero — significa altri cinque anni di isolamento strutturale per una città che il mondo intero conosce e che l’Italia tratta come una periferia.
In questo contesto arriva Ampugnano. Non come risposta a un bisogno reale di mobilità — quattro partenze al giorno, 300-400 passeggeri a volo, taxi volanti che non hanno ancora dimostrato sostenibilità economica in nessun angolo d’Europa — ma come progetto settoriale, calato dall’alto da una società in house di Enac con il mandato di riqualificare gli aeroporti minori italiani. Un mandato legittimo in sé, ma che applicato a questo territorio, in questo momento, con queste priorità irrisolte, suona come una risposta sbagliata a una domanda che nessuno aveva fatto.
Il problema non è Ampugnano in sé. Il problema è che si trovano 34,5 milioni di denaro pubblico per un’infrastruttura di nicchia mentre il collegamento ferroviario con Roma rimane “in altomare” e il raddoppio di una tratta fondamentale per la mobilità quotidiana di decine di migliaia di persone scivola verso un 2031 che sa già di promessa rinviata. Il problema è che non c’è nessuno — nessuna istituzione, nessun livello di governo — che metta queste due notizie una accanto all’altra e si faccia la domanda elementare: stiamo spendendo bene, stiamo spendendo dove serve, stiamo costruendo un sistema o stiamo accumulando interventi scoordinati che non parlano tra loro?
La risposta, a giudicare da quello che si legge, è sconfortante. Si costruisce per frammenti, si annuncia per titoli, si governa per progetti singoli senza una visione d’insieme che li tenga insieme e li orienti. Siena merita connessioni reali — ferro, gomma, banda larga, logistica — non un aeroporto da quattro voli al giorno su una pista riqualificata con venti ettari di fotovoltaico. Merita una politica infrastrutturale che parta dai bisogni del territorio e non dalle missioni istituzionali di società in house romane.
Finché non si capirà questo, ogni annuncio resterà quello che è: un annuncio. E il sistema continuerà a mancare.




