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«Solchi infuocati» è un’immagine agricola e apocalittica insieme. Un solco è una ferita nella terra — non una decorazione, non un ornamento. Il fuoco nei solchi brucia le stoppie, prepara il campo, distrugge ciò che era per rendere possibile ciò che viene. È un’immagine violenta. Caterina lo sapeva.
Caterina da Siena scrisse trecentottantatré lettere. Non erano messaggi pastorali. Erano atti di forza. Scrisse a Gregorio XI chiamandolo «babbo» — e il diminutivo affettuoso era insieme tenerezza e provocazione, il modo di una popolana di Fontebranda di dire a un papa avignonese: tu sei debole come un bambino e io ti dico cosa devi fare. Gli scrisse che i suoi cardinali erano «fiori puzzolenti», che la curia era corrotta fino alle radici, che la sua viltà era un peccato contro Dio. E il papa andò a Roma. Non perché Caterina avesse convinto un sinodo. Perché Caterina aveva bruciato ogni via di fuga con la forza della sua certezza.
Scrisse a Giovanni Acuto — il condottiero inglese John Hawkwood, mercenario che insanguinava la Toscana — e gli chiese di smettere di fare guerra ai cristiani. Non era ingenua: sapeva che probabilmente non l’avrebbe ascoltata. Ma nominava il male con il suo nome e lo guardava in faccia.
Scrisse a Bernabò Visconti, tiranno di Milano, uno degli uomini più feroci del Trecento, e gli disse che la sua anima era in pericolo. Bernabò Visconti. Non un politico di centro con cui trovare un accordo.
Ecco cosa sono i solchi infuocati: la capacità di dire la verità al potere senza calcolare il costo. Senza la mediazione del «non posso non ricordare». Senza l’ombrello del linguaggio istituzionale che protegge chi parla più di quanto non dica nulla di utile a chi ascolta.
Bassetti ha guidato la CEI negli anni in cui in Italia si è consumata una delle più grandi regressioni civili del dopoguerra: la criminalizzazione dei soccorsi in mare, la morte sistematica di migliaia di persone nel Mediterraneo, la costruzione culturale del migrante come nemico. La Chiesa italiana in quegli anni ha parlato — ha detto parole giuste, ha emesso comunicati — ma non ha bruciato nulla. Non ha detto: questo decreto è contrario al Vangelo e noi non lo accettiamo. Non ha rischiato niente.
Caterina rischiava la scomunica ogni volta che apriva bocca. Rischiava di essere processata come eretica — e per poco non lo fu. La sua mistica non era evasione dal mondo: era il carburante che le permetteva di sopportare il costo della verità. Le stigmate non erano un privilegio: erano il segno fisico di quanto costava stare nel fuoco senza spegnerlo.
Celebrarla in una bella piazza, con il prefetto e i presidenti di regione, tra fiori e Contrade, è legittimo. È anche bello, probabilmente. Ma chiamare «solchi infuocati» ciò che si celebra in quel modo è una menzogna gentile. I solchi infuocati non stanno al Portico dei Comuni. Stanno nel Mediterraneo. Stanno nelle carceri in cui finiscono i capitani delle navi che salvano vite. Stanno nelle periferie dove la Chiesa è ancora presente — non con i cardinali, ma con i preti e i volontari che nessuno fotografa.
Caterina non parlava di «violenza» in astratto. Scriveva a Gregorio, a Bernabò, a Giovanni Acuto — nomi, responsabilità, peccati specifici. La forza dei suoi solchi stava precisamente lì: nel rifiuto del generico. Bassetti ha scelto il generico. Ed è rimasto al caldo.





