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17 Maggio 2026Il PD litiga come si fa politica. Il M5S partecipa come si dissolve. Insieme sperano di governare.
C’è una domenica mattina a Siena che vale come allegoria. Da una parte, a Villa Ermellina, Alessandro Fanetti coordina “Nova — Parola all’Italia”: cento persone, tavoli aperti, niente simboli, niente palchi, metodologia Open Space Technology, domanda fondativa affidata al mercato dei temi. Dall’altra, sui giornali, Nico Bartalini e Giacomo Bassi si accusano reciprocamente di voler parlare di vicesegreterie invece che di idee, di usare vecchi metodi, di cadute di stile. Due scene simultanee, due partiti alleati nel campo largo, due modi opposti di sbagliare. E sullo sfondo, una sequenza temporale che non perdona: congresso nel 2026, politiche nel 2027, comunali di Siena nel 2028. Tre anni, tre passaggi obbligati, nessuno dei quali si può leggere da solo.
Il paradosso è che il PD fa esattamente quello che la democrazia più vitale richiede: nomina gli avversari, traccia frontiere, costruisce una scelta che include qualcuno ed esclude qualcun altro. Sotto il linguaggio dei temi c’è una lotta reale per il potere reale. La politica c’è. È solo rivolta contro se stessa, consumata interamente all’interno invece di essere proiettata verso la destra che governa Siena dal 2019 e verso gli interessi che il campo progressista dichiara di voler contrastare. Chi diventa segretario provinciale oggi sarà il volto del partito alla campagna politica del 2027. E quella campagna — il suo esito, la sua narrativa, i rapporti di forza che produrrà — consegnerà al campo largo senese il vento o il freno con cui presentarsi a Siena l’anno successivo. La lite sulle vicesegreterie non è una rissa interna di second’ordine: è la prima mossa di una partita che dura due anni e si gioca su due tavoli.
Dall’altra parte della città, Nova dissolve esattamente quella tensione che il PD spreca. L’iniziativa del M5S senese nasce con una premessa dichiarata: non si tratta di un’iniziativa di partito. Niente simboli, niente colori, niente palchi. La prova della trasversalità è la presenza della segretaria PD, di consiglieri democratici, della segretaria Cgil — tutti seduti come normali cittadini attorno ai tavoli. Chiunque propone un tema, gli altri scelgono liberamente dove sedersi. Un mercato delle idee, lo chiama Fanetti con una sincerità involontaria. Perché nella politica italiana le idee hanno sempre avuto un prezzo.
Il problema non è la buona fede di chi ci crede, né l’energia genuina di cento persone che ragionano di futuro in una mattina di maggio. Il problema è la grammatica. Nova nasce dentro la stagione dell’antipolitica — il vaffa, il cittadino contro la casta, la rete contro i palazzi — e ne conserva intatta la sintassi: dissolvi i simboli, apre i tavoli, lascia emergere la volontà diffusa. Quando ogni processo decisionale si scioglie in partecipazione infinita, scompare la funzione essenziale della politica: la scelta. Quella dolorosa, escludente, che dice sì a qualcosa e no a qualcos’altro. I partiti che inseguono la trasparenza totale e la visibilità permanente si trasformano in gruppi di opinione incapaci di articolare una volontà riconoscibile. Restano contenitori esteticamente moderni e politicamente inani. E l’antipolitica partecipata, come il M5S sa per esperienza diretta, non regge ai test elettorali. Figuriamoci a due consecutivi, ravvicinati, con la posta che cresce a ogni passaggio.
Quello che succede fuori da Villa Ermellina e dai circoli del PD racconta una cosa sola: la politica è tornata. Come sostanza, non come nostalgia. La destra che governa — a Siena, in Italia, in Europa — lo fa sapendo esattamente cosa vuole, nominando i propri avversari, costruendo frontiere chiare. La stagione dell’antipolitica è finita. L’ha chiusa la destra stessa, che dell’antipolitica si era nutrita e che ora, al governo, fa politica nel senso più classico e spietato del termine. Le energie che il progressismo si rifiutava di intercettare, per non sporcarsi con il conflitto, sono state intercettate da chi il conflitto non aveva paura di dichiararlo.
C’è poi una radice più profonda. Il capitalismo finanziario ha eroso sistematicamente gli spazi della sovranità democratica: i governi hanno ceduto le leve della politica economica ai mercati, alle banche centrali, alle istituzioni sovranazionali, comprando pace sociale con debito invece di costruirla con redistribuzione. Il cittadino-elettore ha smesso di contare perché le decisioni che lo riguardavano erano già state spostate fuori dalla sua portata. In questo svuotamento reale e materiale, la partecipazione diffusa è diventata un surrogato: dava l’impressione del potere senza restituirne la sostanza. Nova è, anche, figlia di questa sostituzione.
Il paradosso del campo largo è tutto qui, in quella domenica mattina senese. Il PD possiede la forma giusta — il conflitto, la scelta, la frontiera — ma la consuma contro se stesso. Il M5S possiede l’energia giusta — l’apertura, il desiderio di cambiamento — ma la incasella in una grammatica che la storia ha già archiviato. Sommati insieme, i due alleati non si correggono a vicenda: si specchiano. Ognuno porta ciò che all’altro manca, ma in una forma che l’altro non sa usare.
Non si tratta di invocare il ritorno al leaderismo verticale né alla liturgia dei vecchi partiti di massa. Si tratta di recuperare la funzione oggi drammaticamente assente: elaborare, formare, costruire una proposta che nomini i conflitti invece di dissolverli in consenso partecipato. Una proposta che dica: noi stiamo da questa parte, per queste ragioni, contro questi interessi. Il campo largo ha davanti a sé tre anni e nessun margine di errore. Nel 2027 si misura con il Paese. Nel 2028 si gioca Siena, quella città che è insieme il simbolo più visibile della sua sconfitta e la prova più concreta della sua capacità di tornare a governare. La sequenza non concede pause né laboratori: concede solo la politica, quella vera, o l’irrilevanza.
Il mercato dei temi è aperto. Il congresso è avviato. La destra governa.
E il campo largo ha tre anni per decidere se vuole fare sul serio.
Riferimenti: Chantal Mouffe, “Per un populismo di sinistra”, Laterza 2018; Byung-Chul Han, “La società della trasparenza”, Nottetempo 2014, e “Psicopolitica”, Nottetempo 2016; Wendy Brown, “Il disfacimento del demos”, Luiss University Press 2023; Wolfgang Streeck, “Tempo guadagnato”, Feltrinelli 2013, e “Globalismo e democrazia”, Feltrinelli 2024.





