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C’è una metafora che John Thune ama usare in questi giorni: bisogna colpire finché il ferro è caldo. Peccato che il ferro, a giudicare da quel che accade nei corridoi del Senato americano, si stia raffreddando a vista d’occhio.
Il leader della maggioranza repubblicana vuole portare al voto entro giovedì un pacchetto di riconciliazione da 72 miliardi di dollari. Un’agenda ambiziosa, costruita sull’onda lunga del secondo mandato Trump. Ma la matematica è spietata: Thune può permettersi di perdere al massimo tre voti repubblicani. E i senatori irrequieti sono già più di tre.
Il primo a rompere il silenzio è stato Thom Tillis, senatore del North Carolina prossimo alla pensione — e forse proprio per questo libero da ogni calcolo di sopravvivenza politica. Tillis ha scritto all’intera conferenza GOP per annunciare la sua opposizione al testo attuale, puntando il dito in particolare sul miliardo di dollari destinato alla sicurezza della East Wing, la sala da ballo del presidente Trump. Un miliardo. Per un ballroom. In un momento in cui l’America discute di tagli alla spesa sociale.
Lisa Murkowski, senatrice dell’Alaska nota per la sua indipendenza di giudizio, ha detto di supportare Tillis. Ron Johnson del Wisconsin ha fatto eco, con quella sua inconfondibile brutalità retorica: non gli piace che le cose gli vengano ficcate in gola. E ha aggiunto, con una franchezza che vale più di molti editoriali, che il Senato non ha nemmeno discusso alcuni degli elementi aggiunti al pacchetto. Non discusso. In democrazia, questo si chiama problema.
Sullo sfondo, un dato che dovrebbe togliere il sonno a più di un stratega repubblicano: nei sondaggi NYT/Siena, i democratici conducono sul voto congressuale con un vantaggio di undici punti. Cinquanta contro trentanove. Non è un sondaggio isolato — è la direzione di tutti i sondaggi. E in tre stati dove Trump aveva vinto con dieci punti di margine, i seggi senatoriali repubblicani sono improvvisamente in bilico: Ohio, Alaska, Texas.
L’America politica ha una memoria corta, ma non cortissima. L’ultima volta che i repubblicani affrontarono un’onda democratica paragonabile era il 2018. Allora almeno potevano combattere sul terreno avversario, sfidando senatori democratici in stati rossi. Oggi il terreno avversario si è ristretto: Georgia, con Trump avanti di due punti. Poco più di un fazzoletto.
Quel che emerge da questa settimana di Senato americano è qualcosa di più profondo di una semplice crisi di governance. È la fotografia di una maggioranza che ha confuso la velocità con la forza, l’agenda presidenziale con il consenso parlamentare. Thune può anche portare il disegno di legge al voto giovedì. Ma un voto forzato in un’aula divisa, su un testo non discusso, per finanziare la sicurezza di una sala da ballo, non è colpire il ferro finché è caldo. È fare rumore mentre si raffredda.





