
Produttività, intelligenza artificiale e il destino delle imprese amiantine
19 Maggio 2026
C’è un modo di leggere le notizie del mattino come se fossero i frammenti di un unico sogno — disarticolato, febbricitante, eppure dotato di una sua logica sotterranea. Proviamo.
Il Mediterraneo orientale continua a essere il teatro di una crisi umanitaria che non smette di interrogare l’Occidente nella sua coscienza più profonda. La flottiglia di aiuti per Gaza è stata intercettata nella sua interezza dalle forze israeliane: nessuna imbarcazione è riuscita a passare. Non è una notizia, è una sentenza. Una sentenza sul diritto internazionale, sulla capacità delle opinioni pubbliche di mantenere viva l’indignazione oltre il ciclo di notizie, sulla distanza ormai abissale tra le dichiarazioni di principio dei governi e le scelte operative dei loro alleati.
Ma il Mediterraneo è già lontano, perché la grande storia del giorno si scrive a Pechino.
Putin è arrivato in Cina per il suo venticinquesimo vertice con Xi Jinping — e il numero in sé è già una narrazione. Venticinque incontri. Una fedeltà costruita nel tempo, coltivata con pazienza attraverso le svolte della geopolitica mondiale, che adesso assume la forma di una partnership che i due leader definiscono a livello “senza precedenti”. Il Global Times celebra. Il Kommersant, più misuratamente, registra un’accoglienza “relativamente sobria rispetto alle attese”. È in questo spazio tra la celebrazione e la sobrietà che si nasconde la verità del rapporto: Mosca ha bisogno di Pechino più di quanto Pechino abbia bisogno di Mosca. Le sanzioni occidentali hanno spinto la Russia in una dipendenza economica e politica che Le Monde descrive senza giri di parole come profondamente “squilibrata”. E intanto Reuters, attraverso documenti e fonti di intelligence europee, rivela che circa duecento militari russi sarebbero stati addestrati segretamente in Cina alla fine del 2025 — il primo caso documentato dall’inizio del conflitto in Ucraina. La partnership, insomma, non è solo diplomatica e commerciale. Ha un nervo militare che si stava cercando di tenere nascosto.
L’Occidente reagisce in modi apparentemente incoerenti. Il Regno Unito — che è pur sempre un paese con sanzioni in vigore contro Mosca — autorizza l’importazione di diesel e carburante per aerei prodotti da petrolio russo lavorato in paesi terzi. Una finestra, chiamiamola pragmatismo o chiamiamola ipocrisia, che dice molto sulla tenuta reale del fronte sanzionatorio europeo. E l’Estonia abbatte per la prima volta un drone — ucraino, non russo — entrato nel proprio spazio aereo. La guerra produce le sue geometrie grottesche: i droni degli alleati diventano minacce, i confini si fanno porosi in direzioni impreviste.
Sull’Iran si gioca invece la partita più pericolosa. Vance dice che ci sono “molti progressi” nei colloqui. Trump minaccia “un duro colpo” se Teheran non cederà in fretta. Il Senato americano — in un raro momento di inversione bipartisan — vota per bloccare ulteriori attacchi. E il New York Times rivela quello che forse era l’obiettivo reale delle settimane di guerra: rimettere al potere Ahmadinejad, liberandolo dagli arresti domiciliari con un’operazione israeliana. Se fosse confermato, sarebbe uno di quei momenti in cui la storia smette di sembrare storia e comincia a sembrare la trama di un romanzo politico di terz’ordine — e invece è reale, è accaduto, o stava per accadere.
Sul fronte interno americano, il Dipartimento di Giustizia chiude gli accertamenti fiscali aperti su Trump, la sua famiglia e le sue aziende. L’inviato presidenziale in Groenlandia viene accolto con freddo — nel senso letterale e metaforico. Il Paese più potente della Terra continua la sua straordinaria metamorfosi in qualcosa che non ha ancora trovato il nome giusto.
E infine l’ebola. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dove la guerra non finisce mai davvero e le epidemie si inseguono, il virus ha già causato oltre 136 morti e cinquecento casi probabili. La BBC dà voce a chi vive nella paura quotidiana: “L’ebola ci ha torturati”. Una frase che potrebbe valere per quasi tutto ciò che è accaduto nell’arco di queste ventiquattro ore, in questo mondo che ci aspetta al mattino.





