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Riccardo Coppini è una brava persona. Lo dicono tutti, e probabilmente è vero. Notaio, cattolico, ex capitano vincente dell’Onda, figura di rispetto trasversale: piace al centrosinistra perché non è di destra, piace alla destra perché non è di sinistra, piace alle contrade perché è uno di loro. La “convergenza unanime” sul suo nome — parola usata dagli articoli di presentazione come se fosse un titolo di merito — racconta esattamente questo: Coppini è stato scelto perché tiene tutti insieme. E una classe dirigente che cerca qualcuno che tenga tutti insieme, in una città che ha bisogno urgente di qualcuno che rompa qualcosa, dice tutto su se stessa.
Siena nel 2026 non è una città in difficoltà temporanea. È una città che sta perdendo il futuro in modo strutturale e quasi silenzioso. Le ore di cassa integrazione nella provincia sono aumentate del 223% nel primo trimestre del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’export è crollato del 33,8%, con il farmaceutico — che era l’unico settore davvero competitivo — giù del 50,4%, mentre a Firenze lo stesso comparto cresceva del 177%. Ventisei mila famiglie vivono sotto la soglia di povertà. Il 30% ha dovuto ridurre la quantità di cibo. Gli accessi alle mense della Caritas in quattro anni sono aumentati del 370%. La provincia perde quasi 2.100 abitanti all’anno. L’87% dei nuovi contratti di lavoro è temporaneo.
Questi non sono numeri astratti. Sono Acqua&Sapone a Casa del Corto, sono Avi.Coop con i suoi 350 lavoratori, sono i giovani senesi che vanno a studiare altrove e non tornano, perché il mercato del lavoro locale offre quasi esclusivamente stagionalità e precarietà, con assunzioni di laureati che faticano a superare il 5% del totale.
In questo contesto, la Fondazione Monte dei Paschi di Siena distribuisce undici milioni di euro annui sul territorio, su centoquarantanove interventi. È una cifra seria, gestita con competenza e bilanci in ordine crescente — 18,5 milioni di utile nel 2025, patrimonio netto a 593 milioni. Ma è anche una cifra che racconta la riduzione di un soggetto un tempo decisivo a un ruolo di filantropia ordinata e ben amministrata, mentre la banca che porta nel suo nome distribuisce 2,6 miliardi di dividendi ai nuovi azionisti — Delfin in testa, con oltre 400 milioni incassati — e la Fondazione stessa, con il suo 0,2% di capitale, ne porta a casa poco più di due.
Il punto non è Coppini. Il punto è cosa gli viene chiesto di fare, e da chi.
La classe dirigente senese — quella che ha costruito la convergenza unanime sul suo nome — ha scelto un presidente che garantisce continuità, decoro, nessuna rottura. È una scelta comprensibile in un sistema di potere che ha paura di se stesso, che ha vissuto anni di scandali, di MPS, di un declino che nessuno ha voluto nominare per quello che era. Ma la continuità, in una situazione di emergenza, non è prudenza: è resa. E il notaio, si sa, non decide chi compra e chi vende, non stabilisce il prezzo, non cambia i termini del contratto. Arriva quando tutto è già stato concordato, e mette il sigillo.
Coppini ha detto che la priorità sarà i giovani. L’ha detto anche chi lo ha preceduto. I giovani continuano ad andarsene.
Il problema di Siena non è la gestione della rendita. È che la rendita si sta esaurendo e nessuno vuole dirlo ad alta voce. Il farmaceutico che crolla, il manifatturiero che arretra, il turismo che regge ma su basi sempre più precarie e stagionali, la demografia che svuota i paesi e invecchia la città — tutto questo chiede decisioni scomode, conflitti aperti, alleanze nuove, una visione che non nasca dal compromesso tra chi c’era già. Chiede qualcuno disposto a rompere il contratto esistente, non a certificarlo.
Invece ha avuto il notaio. Che è una brava persona. E forse è proprio questo il problema.





