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di Pierluigi Piccini
Oggi pomeriggio al Four Points by Sheraton di Siena si terrà una commemorazione. Il titolo dice “Attualità”. Il luogo dice il contrario.
Non è una questione di forma. Un albergo di catena internazionale è per definizione un luogo senza memoria, senza radicamento, intercambiabile con qualsiasi altro della stessa catena in qualsiasi altra città. Celebrare Moro e Berlinguer in un posto così non è una gaffe protocollare — è una confessione involontaria. Chi li evoca non abita più il mondo che loro abitavano, e probabilmente non se ne accorge nemmeno.
Ma il problema più profondo è un altro.
Moro e Berlinguer vengono sempre evocati insieme, come se fossero complementari, come se la loro coesistenza fosse la prova di una stagione politica alta. È vero il contrario: erano avversari dentro un sistema che li conteneva entrambi, e quando quel sistema entrò in crisi, crollarono insieme. Il compromesso storico non fallì per ragioni contingenti. Fallì perché era la risposta più ambiziosa possibile dentro una cornice che stava già franando — quella della democrazia bloccata, del bipolarismo imperfetto, dell’Italia divisa tra due chiese che si fronteggiavano senza potersi alternare al governo. Moro aveva capito che quella cornice andava forzata dall’interno, e stava pagando il prezzo di quella comprensione quando fu ucciso. Berlinguer aveva capito che il PCI non poteva restare all’opposizione in eterno, e stava costruendo la legittimazione necessaria per uscirne. Ma la cornice tenne fino alla fine, e quando cedette — non per loro volontà ma per esaurimento storico — cedette portandosi dietro entrambi i progetti.
Dopo Moro, la DC non trovò né strategia né leader. Dopo Berlinguer, il PCI non trovò né strategia né leader. I due partiti si smarrirono in parallelo, come se avessero condiviso non solo la stagione ma anche il destino. E in quel doppio smarrimento aprirono un vuoto che nessuno dei due seppe riconoscere come tale.
Berlinguer lascia qualcosa, ina ina ina. La questione morale è ancora lì, intatta nella formulazione, devastante nella logica. Non era un appello all’onestà individuale — era un’analisi strutturale: i partiti si erano impossessati dello Stato, ne avevano colonizzato le risorse, e questa colonizzazione corrompeva non solo i singoli ma le forme stesse della rappresentanza. Chi stava al potere si corrompeva non per vizio personale ma per necessità sistemica. La sinistra doveva tenersi a distanza da quel sistema per conservare la propria credibilità, e quella distanza era al tempo stesso una scelta etica e una proposta politica. Era un’idea che tornerebbe benissimo oggi — meglio di allora, perché allora era quasi profetica mentre oggi sarebbe semplicemente descrittiva. Ma nessuno la usa perché usarla davvero significherebbe colpire anche se stessi, significherebbe fare i conti con vent’anni di governo e con quello che il governo ha fatto ai partiti che lo hanno esercitato. Rimane la parola senza il gesto. Un fantasma con ancora qualcosa da dire, a cui nessuno vuole dare davvero la parola.
Moro non lascia nemmeno questo. La DC non esiste, il sistema politico in cui operava non esiste, il tipo di Stato che immaginava — paziente, capace di tenere insieme mondi diversi dentro un medesimo orizzonte istituzionale, fondato sulla mediazione come forma superiore di intelligenza politica — non esiste. Evocarlo è come evocare Cavour: rispettabile, storicamente necessario, ma senza destinatario. Il martirio ha sostituito il metodo, e il metodo era tutto. Moro era un pensatore politico prima che un martire, e il pensiero politico muore quando muore il sistema a cui si riferisce. È rimasta l’icona. Le icone non fanno politica.
Ma la vera rimozione che avviene ogni volta che si celebra Moro e Berlinguer è un’altra: si dimentica il terzo. E senza il terzo, né Moro né Berlinguer si capiscono davvero.
Mentre i due sistemi-partito entravano in crisi, c’era una riflessione in corso che cercava di pensare il problema nuovo con strumenti nuovi. Non la mediazione democristiana, non il radicamento comunista, ma qualcosa di diverso: una critica socialista al marxismo come orizzonte esaurito, un confronto serio con la socialdemocrazia europea, la domanda su cosa significasse essere di sinistra in una società che stava diventando postindustriale, individualizzata, refrattaria alle grandi appartenenze collettive. Questa riflessione aveva una sua sede: Mondoperaio, la rivista del PSI che sotto la direzione di Federico Coen e con i contributi di Bobbio, di Ruffolo, di Martelli e di molti altri divenne negli anni Settanta uno degli spazi intellettuali più fecondi della sinistra italiana. Non era una rivista di apparato — era una rivista di pensiero, e il pensiero che elaborava era scomodo per tutti: per il PCI perché metteva in discussione il marxismo come fondamento, per la DC perché metteva in discussione il primato cattolico nella gestione del riformismo italiano.
La domanda che Mondoperaio poneva era precisa: esiste una via riformista laica, autonoma dal comunismo e dalla democrazia cristiana, capace di modernizzare l’Italia senza subalternità e senza nostalgie? Era la domanda giusta. Era, in un certo senso, la domanda che il sistema politico italiano non aveva mai voluto porsi perché la risposta avrebbe spostato gli equilibri in modo imprevedibile.
Al Congresso di Rimini del 1978 quella riflessione trovò una sua forma politica. Craxi portò il PSI a una svolta che non era solo organizzativa ma teorica: l’abbandono esplicito del marxismo come riferimento, l’apertura al confronto con il laburismo britannico e con la socialdemocrazia tedesca, la proposta di un socialismo liberale che collocasse il partito in una tradizione europea invece che in una tradizione nazionale logorata. Era, almeno nelle intenzioni e nella riflessione che lo precedeva, il tentativo di rispondere al vuoto che si stava aprendo tra DC e PCI con qualcosa di terzo — non una mediazione tra i due, ma una proposta autonoma che li superasse entrambi.
Poi sappiamo come andò. Craxi prese quella riflessione e la trasformò in altro. Non fu sconfitto dall’esterno — tradì dall’interno. Capì dove stava andando l’Italia meglio di chiunque altro, intuì che la società stava cambiando più velocemente dei partiti, comprese che il leader poteva sostituire il partito come macchina di consenso. E usò quella comprensione non per costruire un progetto collettivo ma per costruire potere personale. La modernizzazione divenne modernizzazione senza etica, il riformismo divenne pragmatismo senza principi, il socialismo liberale divenne una sigla sotto cui fare tutto il contrario. Mani Pulite non distrusse il PSI — trovò un partito che si era già autodistrutto tradendo la propria ragione d’essere.
Ma il punto non è il giudizio su Craxi. Il punto è che quella riflessione esisteva, che era seria, che poneva le domande giuste, e che il sistema politico italiano non seppe elaborarla prima che venisse bruciata. E il PD, nato sulle ceneri di DC e PCI, non ha mai fatto i conti con essa. Ha preso da Berlinguer la parola senza il gesto, da Moro il martirio senza il metodo, e da Mondoperaio non ha preso nulla — perché prendere qualcosa da quella tradizione avrebbe richiesto riconoscere che il riformismo laico autonomo era una domanda legittima, e che la risposta non era mai arrivata.
Allo Sheraton manca il terzo personaggio. Ma manca soprattutto la consapevolezza che senza di lui gli altri due non si capiscono, e che commemorarli insieme senza nominare il vuoto che si aprì tra loro e dopo di loro non è un omaggio — è una rimozione. Si celebra per non dover pensare. Si invoca l’attualità per non doverla dimostrare.
Finché il PD non farà i conti con quella stagione intera — non con i suoi santi ma con il suo fallimento strategico, non con le figure ma con le domande che quelle figure non riuscirono a risolvere — resterà esattamente quello che è: un partito che abita la memoria degli altri perché non riesce a costruire la propria. Un partito che commemora al Four Points by Sheraton. Il luogo è giusto. È lì che si va quando non si ha più casa.
(Continua)





