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16 Maggio 2026Il coraggio a rate. Meloni e Israele, ovvero la politica estera come comunicato stampa
C’è una figura retorica che il potere conosce bene e pratica con maestria: l’annuncio che sostituisce il gesto. Si dichiara solennemente ciò che non si fa, oppure si fa qualcosa di minimo e lo si chiama svolta. Nel caso della politica italiana verso Israele, questa figura ha raggiunto nelle ultime settimane una perfezione quasi artigianale.
Il governo Meloni ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum bilaterale sulla difesa con Israele. Un gesto che è stato presentato — e in parte percepito — come una presa di distanza, un segnale che qualcosa stava cambiando nella linea fin lì tenuta da Palazzo Chigi: due anni e mezzo di silenzi, astensioni e voti europei contrari a qualsiasi misura che potesse toccare concretamente Tel Aviv. La sospensione del memorandum è arrivata tardi, sotto pressione, sospinta da un’opinione pubblica sempre più inquieta e dall’ingestibile combinazione di Trump che attaccava Papa Leone XIV e Netanyahu che continuava a bombardare. La presidente del Consiglio si è ritrovata costretta a darsi quel coraggio che finora non aveva mostrato, in una manciata di ore. Non una visione, dunque. Una reazione.
Ma è al Consiglio Affari Esteri dell’Unione, a Lussemburgo, che la retorica si smonta definitivamente. Roma, insieme alla Germania, si è opposta non solo alla sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele nel suo complesso, ma anche alla sospensione della sua componente commerciale, per la quale sarebbe sufficiente una maggioranza qualificata. L’accordo, in vigore dal 2000, contiene all’articolo 2 una clausola che subordina la cooperazione al rispetto dei diritti umani. Una di quelle formule solenni che, evidentemente, si applicano a geometria variabile. La posizione ufficiale del governo è che l’Italia adotterà “un approccio serio ed equilibrato, tenendo presente che non ci devono essere conseguenze negative per la popolazione civile israeliana.” Un argomento che Tajani usa per non fare, non per fare.
Il risultato è nitido: si sospende il memorandum militare — un atto bilaterale, relativamente marginale sul piano degli effetti concreti — e si difende il cuore commerciale e strategico della relazione con Israele in sede europea, dove il voto conta davvero. Dal governo sottolineano la differenza tra i due strumenti: “Questo è un accordo con il popolo israeliano, il memorandum invece era un accordo militare.” Una distinzione che è, allo stesso tempo, tecnicamente vera e politicamente capziosa. Perché ciò che si protegge a Bruxelles non è il popolo israeliano, ma l’architettura degli interessi economici e strategici che lega l’Europa a Tel Aviv.
Le opposizioni chiedono di più. Conte ha dichiarato che il governo deve schierarsi e sostenere la sospensione degli accordi di associazione. Provenzano, dal PD, ha aggiunto che prendere le distanze da Netanyahu richiede una posizione chiara a Bruxelles, non solo gesti simbolici bilaterali. Parole giuste, ma che arrivano da forze politiche che in passato non hanno brillato per coerenza su questi stessi dossier.
Il nodo è però strutturale, e riguarda non solo questo governo ma la postura storica dell’Italia nella politica estera europea. L’Italia è, insieme alla Germania, il paese che ha sistematicamente impedito la formazione di una maggioranza per misure significative verso Israele. Il peso demografico ed economico dei due paesi è sufficiente a formare una minoranza di blocco. Usarlo per proteggere un accordo il cui presupposto giuridico — il rispetto dei diritti umani — è stato violato in modo sistematico e documentato non è neutralità. È una scelta politica travestita da prudenza.
C’è poi la dimensione del posizionamento internazionale. Meloni ha dichiarato che gli Stati Uniti sono il “primo alleato” dell’Italia e ha respinto l’idea di dover scegliere tra Europa e Washington. È una posizione che ha una sua logica tattica — fare da ponte nella guerra dei dazi — ma che sul piano dei valori produce cortocircuiti sempre più difficili da gestire. Quando il “primo alleato” attacca il Papa e il suo partner privilegiato in Medio Oriente bombarda ospedali, la retorica del ponte non regge. Rimane la navigazione a vista, l’adattamento contingente, il coraggio distribuito a rate.
La politica estera come comunicato stampa funziona finché l’opinione pubblica accetta il titolo senza leggere il testo. Ma a un certo punto i conti tornano, e la domanda diventa semplice: che cosa ha fatto davvero l’Italia, in questi anni, per fermare ciò che anche i suoi ministri chiamano ormai “inaccettabile”?





