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Cronache da un’Italia che cambia le regole mentre gioca la partita
C’è un momento nelle democrazie malate in cui il potere smette di nascondere le proprie intenzioni e comincia ad agire alla luce del sole, sapendo che nessuno può fermarlo. Quel momento, in Italia, sembra essere arrivato.
Entro l’estate, ci dicono, la destra vuole approvare una nuova legge elettorale. Premio di maggioranza al 42%, niente ballottaggio. Il testo in aula alla Camera il 26 giugno, poi il Senato prima della pausa estiva. Tutto in fretta, tutto prima che qualcosa possa cambiare. La velocità è significativa quanto il contenuto: chi cambia le regole in corsa sa che il tempo non è neutro, che ogni settimana che passa è una settimana in cui la coalizione potrebbe sgretolarsi, i sondaggi cambiare, qualche alleato vacillare. Bisogna fare presto. Bisogna fare prima.
Una legge elettorale costruita per sé stessi non è una novità nella storia repubblicana — il Porcellum docet, il Rosatellum ne è figlio — ma c’è qualcosa di più esplicito, questa volta, qualcosa di meno mascherato. Il premio al 42% senza ballottaggio non è un compromesso tecnico: è la traduzione in norma di una volontà politica precisa, quella di rendere strutturale ciò che potrebbe essere congiunturale. Non vinci le elezioni e poi scrivi le regole: scrivi le regole per continuare a vincere.
Eppure, mentre Roma si affanna a costruire la gabbia, altrove qualcosa si muove in senso diverso. A Molfetta, città di Puglia, il centrosinistra guida i sondaggi al 44,5% con un candidato di 36 anni, Manuel Minervini, ingegnere, espressione di un campo largo che è — e qui sta l’anomalia interessante — guidato da Rifondazione Comunista. Il Pd locale avrebbe voluto appoggiare l’ex candidato di FdI, un certo Mastropasqua. Schlein l’ha commissariato. La parola d’ordine era: niente trasformismo.
Vale la pena soffermarsi su questa piccola storia periferica, perché le periferie dicono spesso cose che il centro non vuole sentire. Il campo largo funziona quando non è cartello di potere ma coalizione di senso. Quando qualcuno decide di mettere il simbolo sopra la poltrona, quando la segreteria nazionale si prende il rischio politico di commissariare un federazione locale in nome di un principio. Insolito. Persino commovente, nella sua elementare linearità.
Al ballottaggio del 7 e 8 giugno peserà quel 19% della destra di Azzollini. Come sempre, nei ballottaggi pugliesi, la partita si gioca sul filo. Ma il dato politico è già lì, visibile: il campo largo, quando ha una direzione chiara, una candidatura credibile e una spina dorsale ideologica riconoscibile, regge. Avanza. Non si frantuma nel gioco delle mediazioni infinite.
Il M5S intanto cerca la propria collocazione nel labirinto. Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, chiede al campo progressista di “dire che paese vuole”. È una domanda legittima, urgente, e per questo probabilmente destinata a restare senza risposta nei tempi brevi. Il problema del centrosinistra italiano non è la mancanza di idee sul paese: è la mancanza di coraggio nel dirle insieme, simultaneamente, senza che ciascun partito si riservi la clausola di uscita al momento opportuno. Il campo largo è una promessa che si rinnova alle elezioni comunali e si dimentica a quelle politiche.
Ricciardi ha ragione: serve un’identità. Ma un’identità non si costruisce con le interviste, si costruisce con le scelte. E le scelte, nel momento in cui la destra cambia le regole del gioco, diventano urgenti.
Sullo sfondo, la Rai. Dopo un anno e mezzo di paralisi, la Commissione di Vigilanza ha ripreso i lavori. Lo stallo su Agnes resta. La Rai è da tempo un sistema di potere prima ancora che un servizio pubblico, e la lunga vacanza della Vigilanza era — anche quella — una scelta politica travestita da disfunzione istituzionale. Adesso si ricomincia, ma senza che nessuno abbia chiarito cosa si vuole dalla televisione pubblica, chi deve controllarla, in nome di quale idea di pluralismo.
E poi le chat. Quelle antisemite spuntate nell’orbita di FdI, rivelate da Domani, per cui le opposizioni chiedono un’informativa di Meloni in aula. E quelle di Delmastro, l’ex sottosegretario alla Giustizia, che la procura di Roma vuole acquisire: la giunta per le autorizzazioni è pronta, si dice, a fare muro. Il muro è ormai la risposta standard della maggioranza a qualunque richiesta che venga dall’esterno — dalla magistratura, dall’opposizione, dall’informazione indipendente. Ogni richiesta di trasparenza diventa un attacco politico da respingere.
Mettete insieme i pezzi. Una legge elettorale cucita su misura. Una televisione pubblica fuori controllo. Chat imbarazzanti difese con l’immunità parlamentare. Una premier che non risponde in aula sulle derive nel proprio partito. Un sistema che si chiude su sé stesso, che rafforza i propri meccanismi di autoconservazione mentre fuori — a Molfetta come altrove — la gente dice che “ha voglia di cambiare pagina”.
Il problema è che cambiare pagina è sempre più difficile quando qualcuno sta già riscrivendo il libro.





