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Enrico Tucci accusa Giani di stare «in campagna elettorale da sempre e per sempre». Due colonne dopo, senza cambiare tono, ammette che la sua campagna «per certi versi è già lanciata». Ecco. Non serve altro per capire come funziona questa intervista: l’accusa che il consigliere di Fratelli d’Italia scaglia contro l’avversario è la fotografia esatta di se stesso, e lui non se ne accorge. La campagna permanente è una colpa quando ha il volto di Giani, un dato di natura quando ha il suo. Chi legge dovrebbe applicare due metri allo stesso identico gesto. Tucci lo pretende con la faccia di chi analizza.
Il trucco si ripete a ogni domanda, sempre uguale. I Comuni finanziati passano da quaranta a ottanta e Tucci li condanna — «non in uno scenario di crisi» — senza portare un numero, un criterio, un’alternativa. Nella stessa pagina lamenta che le risposte non arrivano, che mancano interventi per famiglie e imprese. Dunque: Giani è colpevole se spende ed è colpevole se non spende. Non è un giudizio politico, è una macchina costruita perché l’avversario perda a prescindere. E una macchina che vince sempre non dimostra niente, tantomeno di aver ragione.
Poi c’è Vannacci, ed è qui che l’intervista si taglia da sola. Futuro Nazionale — dice Tucci — «erode una parte del consenso di Fratelli d’Italia e Lega». Riga successiva: «coinvolge persone che avevano smesso di votare». Si scelga. O quel partito ti strappa elettori dalle tasche, e allora è un nemico da fermare, o ti raccoglie astensionisti, e allora non ti costa un voto. Non può fare le due cose insieme. Tucci le tiene entrambe perché gli servono entrambe: la prima per dire la verità che vede chiunque, la seconda per addormentarne le conseguenze. E il «giusto dialogare» del titolo, letto fino in fondo, è una minaccia: «vediamo come si comporta in Parlamento nei confronti del Governo». Traduzione: parlo con te se prima ti inginocchi. Non è una porta aperta. È un esame di obbedienza con la porta socchiusa per far vedere che c’è.
Sulla sanità Tucci diventa preciso, e la precisione lo tradisce. Snocciola i 232 milioni serviti nel 2025, il disavanzo verso i 600 milioni, le liste d’attesa, le case di comunità vuote. Ma la cifra madre, i 600 milioni, la cita «come evidenziato da Alessandro Tomasi» — il candidato del centrodestra. Il dato di bilancio arriva già firmato dalla parte che deve vincere le elezioni: è uno slogan spacciato per contabilità. E davanti a questa voragine cosa propone «tanto per cominciare»? Cambiare il direttore generale. Un buco da seicento milioni e la prima mossa è sostituire una scrivania. Chi descrive un incendio e offre di cambiare il capoturno o non ha capito l’incendio o non voleva davvero spegnerlo.
Il colpo migliore, però, Tucci se lo dà da sé su Siena. Otto anni del suo centrodestra al governo della città sono, parole sue, «ampiamente sufficienti». Sufficienti. Il voto che si dà a chi non merita di essere bocciato, gonfiato da un avverbio che non lo salva. E nello stesso respiro rivendica come merito personale «una discontinuità tra la prima e la seconda esperienza»: cioè di aver rotto, da dentro, con metà del bilancio che sta difendendo. Difende il potere e insieme si vanta di averlo corretto. È maggioranza e opposizione di se stesso, e chiama «assestamento» quella che è una resa dei conti tra correnti per il 2027. Infine, in fondo a un discorso fatto solo di calcolo — misurare Vannacci, aspettare la legge elettorale, contare i due anni che «mancano sempre» — tira fuori la parola «sacro»: il momento sacro delle elezioni. Ma il sacro messo a chiusura di un ragionamento interamente tattico non consacra niente. Copre. È il lenzuolo gettato sulla contesa delle poltrone perché non si veda il corpo.
Resta il ritratto, e Tucci l’ha firmato da solo. Uno sguardo da chirurgo puntato sull’avversario — nomi, cifre, Gelli, Giani, il disavanzo — e uno sguardo annebbiato su di sé, dove ogni cosa diventa «logica», «assestamento», «due anni mancano sempre», «non sono preoccupato». Sceglie ogni volta la parola che attutisce, perché la cosa vera non regge la luce diretta: chi comanda, chi eredita, chi finisce rottamato. Un’intervista che rimprovera all’altro la campagna che sta facendo, che teme un rivale e lo minimizza nella stessa frase, che grida alla catastrofe sanitaria e propone un cambio di dirigente, che loda otto anni concedendo la sufficienza e vantando la rottura interna. Non è un uomo che sbaglia le parole. È un uomo che ne ha bisogno per non dire quello che sta facendo. E quello che sta facendo, tolta la parola di troppo, si legge in una riga: è già in corsa, e finge di stare a guardare.





