
La bandiera verde delle 12.45
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Il comò — Due voci
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Teheran si prepara ai grandi funerali di Ali Khamenei, e lo fa alzando la voce contro gli Stati Uniti: alla vigilia delle esequie, la Repubblica islamica sceglie il registro dell’accusa, trasformando il lutto in un atto politico. Attorno alla cerimonia si addensa intanto un quadro che rivela quanto la guerra abbia già rimescolato gli equilibri della regione. Il New York Times riferisce che funzionari americani ritenevano Israele intenzionato a eliminare i negoziatori iraniani per far deragliare i colloqui di pace — tra gli obiettivi il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf. Lo stesso Ghalibaf, in un’esclusiva del kuwaitiano Al Jarida, critica gli attacchi contro Kuwait e Bahrein definendoli un regalo a Israele: un segnale di frattura interna, o quantomeno di ricalibratura, nel fronte iraniano rispetto ai Paesi del Golfo.
Proprio il Golfo sta traendo le sue conclusioni. Al Jazeera analizza come la guerra tra Stati Uniti e Iran possa spingere le monarchie a “diversificare” le alleanze in materia di sicurezza, guardando al gruppo “quad” formato da Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan: la lezione appresa è che l’ombrello americano non basta più, e che la sicurezza va cercata su più tavoli. Sullo Stretto di Ormuz, intanto, la BBC racconta una calma precaria fatta di navi sequestrate e pescatori di squali tornati in mare: la normalità che riprende fiato, senza fidarsi. E il quotidiano Al Arab si interroga su un movimento più sotterraneo: l’Iran starebbe usando l’Egitto come porta d’accesso per espandersi verso la Libia — un’ipotesi che, se confermata, porterebbe la competizione post-bellica fin dentro il Mediterraneo.
Sul fronte ucraino, nessuna tregua all’orizzonte: dopo il micidiale bombardamento russo su Kiev, entrambe le parti promettono di intensificare i combattimenti. La guerra entra nell’ennesima spirale in cui ogni colpo giustifica il successivo.
Dal Venezuela arriva l’immagine più potente della giornata: Hernán Gil, estratto vivo dalle macerie dopo otto giorni dal terremoto. Un miracolo che non basta però a placare le polemiche: il leader venezuelano respinge le critiche sulla gestione dell’emergenza sismica, in un Paese dove la catastrofe naturale si somma a quella istituzionale.
In Africa, Sudafrica e Ghana sono ai ferri corti per la presunta uccisione di un migrante: una controversia diplomatica che tocca il nervo scoperto delle migrazioni intra-africane, spesso oscurate da quelle verso l’Europa.
Infine la Francia, dove Le Monde fotografa un’agricoltura in crisi, stretta tra due ondate di caldo: «Tutti hanno lo stomaco in subbuglio», dicono i coltivatori. È la guerra silenziosa del clima, che non ha funerali di Stato né negoziatori da proteggere, ma avanza con la stessa implacabilità.





