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NUOVO CINEMA MANCUSO
Omero non vi vede, Nolan sì
Dopo
le prime reazioni all’ante prima per la stampa – “monumentale”, “epico”, “visionario”, che ormai si porta in tutte le brochure – fervono anche qui i preparativi per l’arrivo dell’Odissea di Nolan. Nel frattempo, il dubbio ci assale: dove vederlo? La faccenda non è di poco conto, il regista ha lasciato istruzioni precise: proiezione rigorosamente in pellicola, 70mm, formato IMAX – cioè cinema extralarge, immagine che deborda ai lati, una specie di acquarione gigante. In Italia però questo IMAX qui non c’è. Mai esistito. Il nostro è l’IMAX solo digitale, democratico, da Gardaland o multisala del raccordo, parcheggioni, sushi all you can eat, Ikea sullo sfondo, tanto vagabondaggio per arrivarci, che sarebbe però piaciuto a Omero. Nolan non approverebbe – “non esiste niente di paragonabile a un film girato in pellicola e presentato in pellicola”. Chi glielo dice? Finiremo in castigo? Nel buio della sala Omero non ti vede, Nolan sì. In alternativa c’è l’opzione 70mm, cioè in pellicola, come piace a Nolan, ma senza IMAX (come al Quattro Fontane di Roma, al Metropolitan di Napoli), quindi però non avvolgente, non totale, non la cattedrale d’immagini. L’IMAX in pellicola qui non ce lo possiamo permettere. E’ roba da capitali altamente civilizzate. Molto chic, per esempio, prenotare un weekend a Londra e volare (ma non con Ryanair) al BFI IMAX di Waterloo, la rotonda di vetro dove l’Odissea si proietta come vuole Nolan, in pellicola e avvolgente insieme. Il pellegrinaggio è già cominciato: i cinefili partono come una volta si andava a Bayreuth, a sentire Wagner nel tempio giusto. Chissà però in quanti, tra qualche mese, si vergogneranno di dire: “L’ho visto su Prime”. La Rai intanto non si lascia sfuggire l’evento. Alberto Angela intervista Matt Damon e Christopher Nolan, come in una gag di “ A spasso nel tempo”, ma nella serietà ingessata di Rai Uno – ed è subito “ Odissea” di Franco Rossi, prodotta da Dino De Laurentiis con mezza Europa delle tv di stato, nel 1968, con Irene Papas/Penelope; lo sceneggiato di tutti gli sceneggiati, senza schermo avvolgente, ma con televisorone in tinello, versi di Omero letti in apertura da Ungaretti in persona e un’Itaca che stava nella Jugoslavia di Tito. Altri tempi! Eppure, c’è qui una legge eterna, corsi e ricorsi sistematici: ogni volta che il cinema è in crisi tira fuori il formato gigante, la Bibbia o l’epica fondativa. Arrivò la televisione, negli anni Cinquanta, Hollywood rispose con Quo Vadis?, Technicolor, schermi panoramici, tuniche, centurioni e comparse a perdita d’occhio. Alla minaccia delle piattaforme e del divano, si risponde identico: schermo smisurato, pellicola, poema fondativo.
LA CASA – IL ROGO DEL MALEdi
Sebastien Vanicek, con Souheila Jacub, Hunter Dohohan
Ci
vuole coraggio a programmare un horror , quando sono ancora in sala “Backrooms” di Kane Parson e “Obsession” di Curry Barker, che hanno rivoluzionato i film di paura. Infatti non fanno proprio tanta paura, con i mostri e gli assassini: son magazzini vuoti o quasi, illuminati da una luce giallina. Il che esemplifica l’avvertimento “non evocare oscure presenze perché esaudiscano i tuoi desideri, potrebbero realizzarsi”– e sarà molto ma molto peggio dei sotterranei ingombri di roba vecchia o del tutto vuoti. I due registi invece si rifaranno nuovi; magari non hanno ricavato soldi, dipende dei contratti, ma sicuramente gireranno altri film. Con un budget adeguato agli incassi. Hollywood fa guadagnare più del web, e lì sono sempre in cerca di idee originali. Se le idee nuove mancano, si ricicla la roba vecchia. Come questo ulteriore capitolo di “La casa”, diretto da Sebastian Vanicek con il titolo “Il rogo del male”. Alice è una giovane moglie. Suo marito Will dopo un litigio muore in un incidente d’auto (guidava ubriaco). La famiglia del consorte defunto non l’ha mai amata. Quando tornano nella vecchia casa, non è certo il luogo ideale per elaborare il lutto. Will è vittima di possessione demoniaca, il suo cadavere ha trasmesso il contagio al padre. L’ultimo pranzo tutti insieme diventa un massacro. Con armi casalinghe, una forchetta, e pure gli elettrodomestici servono a torturare. Molto sangue. E il marito vuole partecipare.
SEPARAZIONI
di Stefano Chiantini, Barbora Bobulova, Adriano Giannini, Vanessa Compagnucci
La
storia di un lutto. Il peggiore, una figlia che muore in montagna. Il fratello era con lei, molto meno entusiasta delle scalate. Laura invece era molto più portata e coraggiosa, piena di energia: l’orgoglio di papà. Lui, Agostino, preferisce dormire fino a tardi: lo spettatore ha chiaro fin dall’inizio che il confronto con la sorella lo fa soffrire. Un giorno si dirigono verso il rifugio, e poi proseguono più in alto – ignari delle condizioni meteo. Solo il figlio maschio torna indietro: siccome la vita è bastarda, quello più incerto tra pareti a picco e cordami. Lei dopo qualche giorno di ricerche è ufficialmente dispersa. Soffrendo noi di vertigini e di mal di montagna a altitudini che non diciamo per vergogna, “Separazioni” non è proprio il film per noi. Pian piano, vediamo i rancori, il faticoso riadattamento, l’inevitabile crisi di coppia. Come se uno dei genitori accusasse l’altro di aver fomentato lo spirito competitivo e la passione per le scalate sulle pareti a picco. Non è una trama allegra e spensierata. Stefano Chiantini esegue il compito con piglio monocorde e monocromatico: la fotografia mette in risalto “il bianco perfetto della neve”. Barbora Bobulova e Adriano Giannini recitano con mestizia (pure un po’ di fissità), tutto sommato promossi erano ruoli difficile. La regia è corretta, considera il tema – il confronto con l’irraggiungibile “Il dolce domani” di Atom Egoyan era preso in partenza.
MINIONS & MONSTERS
di Pierre Coffin e Patrick Delage, voce italiana di Maccio Capatonda
Chi
avrebbe mai intuito che certi mostriciattoli gialli, privi di linguaggio comprensibile, sarebbero diventati i campioni dell’estate? Forse dipende dal fatto che i film più titolati hanno deluso. Per esempio “Disclosure” di Steven Spielberg – sappiamo che per questo giudizio verremo espulsi dal clan degli eletti – supercilioso, se l’aggettivo non fosse tanto remoto: i Minions son forse il successo più clamoroso tra i recenti blockbuster. Li abbiamo conosciuti nel 2010, nel film e “Cattivissimo Me”: erano gli scagnozzi, a volte d’aiuto a volte solo pasticcioni, di Gru – nome completo Felonius Gru – il genio del male che nel primo film cercava di rubare la luna. Nel secondo titolo adotta due bambine e diventa buono, si sposa, e assieme alla consorte viene declassato a bravo genitore. Ma noi intanto ci eravamo innamorati dei Minions – non solo noi, a giudicare dal successo degli spinoff a loro dedicati. Sempre in salopette operaia, pochi capelli in testa, uno o due occhi dietro gli occhiali da saldatore, tutti maschi, perfetti per le gag rubate al cinema muto. Questo “Minions & Monsters” è il loro terzo film. Ambientato a Los Angeles (dopo un prologo da “storia del mondo”, che vede i nostri alla ricerca di un padrone) snocciola a ripetizione gag sul cinema – quella con le bende della mummia usate come carta igienica è il più banale, a misura di bambino. Altre, più sofisticate, sfruttano con astuzia la storia del cinema.
FUZE – CONTO ALLA ROVESCIA
di David Mackenzie, con Aaron Taylor-Jones, Théo James, Sam Worthington
Evviva.
Un bel film di rapina. Da tempo non ne vedevamo. Senza messaggio. Senza risvolto politico. Senza istanze da portare avanti. Senza generi – cinematografici, intendiamo – che se ne vanno dove vogliono, e mischiano le rapine con altro che c’entrano poco. Un film insomma. Un onesto film divertente da guardare, intelligente nel suo svolgimento. Pure i personaggi sono interessanti, per non parlare degli attori. Aaron Taylor-Johnson è il solito gran figo che abbiamo ammirato in “Anna Karenina” di Joe Wright, accanto a Keira Knightley. Theo James, ex modello e attore britannico ora con passaporto Usa, era nella seconda stagione di “White Lotus”. La quarta è in arrivo, per chi ormai ha preso il vizio, ambientata a Cannes: hanno lasciato il tappeto rosso in posizione, a fine festival. Era anche nella serie “The Gentleman” di Guy Ritchie. Il film di David Mackenzie comincia in un cantiere londinese. Hanno trovato una bomba della Seconda guerra mondiale, bisogna sgomberare l’area e disinnescarla. Lo sminatore capo ricorda il film di Kathryn Bigelow “The Hurt Locker”. L’aiuto-sminatore, un ragazzo promettente, osserva che la spoletta gli pare troppo nuova. Intanto, in una piccola banca dei dintorni, entrano in scena ladri ben attrezzati, per un colpo che si capisce preparato da tempo. Le strade sono vuote e silenziose, i palazzi evacuati, gli inquilini lontani. La banda del buco può lavorare in pace.





